sabato 5 ottobre 2013

CRONACHE QUOTIDIANE 2 (IL SEQUEL)




Da Fèssbokk, copio e incollo (gioco facile):

PROFESSERÒ? – Ho qualche dubbio. Stamattina è stata un’altra mattina di scuola di vita giapponese, per me. Sono andato a un colloquio di lavoro (i denari con cui gli editori mi ricoprono non bastano nemmeno per le caramelle) per un posto da‘AT’ (assistant teacher). Credo che le mie probabilità di essere preso si aggirino dalle parti dell’1 per mille, meno di quello che do a Greenpeace. La fatica, tradotta in pratica, sarebbe quella di insegnare inglese in una scuola elementare, aiutando il professore ufficiale, cinque giorni alla settimana, dalle 8,30 alle 15,30. I pro: il salario (circa 100 euro al dì, cui vanno decurtate un bel po’ di tasse assortite, il costo della visita medica e 4.800 yen al mese per il rancio scolastico, da mangiare in aula insieme agli scolaretti – che diavolo mi daranno da masticare??); di solito mi sveglio alle 9; niente puttanate a base di giacche e cravatte, basta una camicia e un paio di mutande, possibilmente pulite; dovrei seguire un libro semplice semplice (dove ho stanato svariati errori già alla prima occhiata), dunque nulla di creativo (creativo = sforzo di neurone). E da qui passiamo velocemente ai contro: la scuola è dalle parti della luna e per raggiungerla dovrei prendere monorail+bus, in inverno, da ottobre a marzo; come ultraquarantenne (quasi 48) sono considerato ‘anziano’, quindi – come tutti i giapponesi – dovrei pagare un’assicurazione obbligatoria per nonni (nursing care insurance); la mia capacità di insegnare ai bambini è dalle parti dello zero; un rimborso per il trasporto inferiore ai costi; straordinari non retribuiti. Ciononostantetutto, sòccmell, ho dato la disponibilità (il piatto piange di brutto). Mi hanno fatto attendere in un corridoio, poi da una porta è uscito un ciccetto sudaticcio in giacca e cravatta (io in sola camicia con un po’ di pelo italicus spuntante da sotto il pomo d’Adamo), era il candidato che mi ha preceduto. L’ho salutato, si è girato dall’altra parte. Poi mi hanno infilato nella stanza con tre tipi a passarmi allo scanner, in giapponese (…). Tipo plotone d’esecuzione. Capivo il 30%, ho risposto in inglese, per fortuna c’era un’interprete. Sono crollato sul “Come spiegheresti ai bimbi il gioco del bingo alle carte?”. Credevo che a bingo giocassero solo gli ottantenni ad Atlantic City. Le carte in questione riportavano sport di varia natura, che ho dovuto gesticolare davanti ai tre arruolatori. C’era pure uno sport di cui non so una cippa, ma non ho usato il termine ‘cippa’ per farglielo capire. Mi hanno chiesto se sarei, nel caso venissi arruolato, un buon servo del professore ufficiale. Sempre sull’attenti, ho risposto loro. “Perché vorresti insegnare l’inglese?”. Non ho potuto dire l’ovvio, e cioè per il vil denaro nel nome del quale gli umani vendono anima e nipotine. Ho mentito: “Perché amo l’inglese e perché mi piace insegnare.” “Come mai un italiano parla l’inglese?”. Ho studiato. Ho viaggiato. Ho fotografato. Ho trombato. “Se faremo una festa con i vari professori stranieri, come presenterai il tuo Paese?”. Insegnerò ai bimbi che cos’è una pizza vera e come si accorda un mandolino. Magari farò vedere un po’ di mie foto di Berlusconia. “Va bene, arigato, le faremo sapere la prossima settimana”. Ho salutato e sono tornato a casa, invidiando la gatta sul sofà. Ah, last but not least: tra le condizioni per accettare il lavoro (work responsabilities) la n°4 è spettacolare: “Drunk driving, usage of drugs, and other awful act as a public worker will lead to dismiss”. Quando l’ho letta mi è venuto in mente un professore di francese che avevo al liceo. A fine lezione, ogni tanto, quando riordinava le sue scartoffie e stava per imboccare la porta, gli cadeva un caccolo di afgano sulla cattedra. Mitico professeur.



cari amici, mi e' morto il computer. ora scrivo con quello di Satoka, con apostrofi al posto degli accenti. prevedo, nei giorni a seguire, cazzi annodati: fare un workshop di fotografia, sabato e domenica, senza il mio computer di fiducia e con il tifone in arrivo; usare un Mac con la tastiera giapponese. ho chiamato l'ambulanza - il tecnico di mia madre -, chissa' quando arrivera' e se avra' i cerotti giusti. trovare qualcuno che aggiusti computer in italiano, qui a Okinawa, e' una missione impossibile. nei prossimi giorni, dunque, calera' vorticosamente la quantita' dei miei post, dovro' ridurre drasticamente il numero di messaggi nel vuoto con cui impesto le pagine Fessbokk quotidianamente. per alcuni di voi sara' un sollievo, consideratevi in vacanza. a presto, SPERO. mi mancherete.

Allora, SEMBRA che il cadavere possa essere riportato in vita. Ho scovato un americano, tal Curtis, specializzato nel riparare rottami HP e affini. Le sue tariffe mi sembrano a portata di umano. Domattina mi sa che andro' a Chatan e gli portero' il ferito. Scaracchio sempre sui gringhi, ma questo forse mi salvera' l'ass. In Curtis I trust!


  

 

Giornata intensa, quella di oggi. Prima mi sono fatto 20 km in bici per raggiungere le alture di Chatan dove, imboscato in una palazzina, ho stanato Curtis, cui ho affidato il mio computer. Curtis e' un uomo di Chiesa (qualche peste evangelica americana), tant'e' che il suo buio appartamento ospita, oltre a computer deflorati, anche orge mistiche per pregare entita' trasparenti. Per fortuna si' e' limitato a prendere in custodia mio figlio (l'HP con la bua), a preventivarmi 100 dolori per il disturbo e a non spacciarmi crocifissi. Domani sera il computer dovrebbe essere rianimato, se cosi' sara' mi convertiro', lo giuro. Visto che per arrivare al laboratorio-chiesa ci avevo messo un paio d'ore, dopo sono andato a ritemprare le ginocchia con la tremarella da Taj Okinawa, un fantastico ristorante indiano vicino a casa di Curtis. Nan a 5 stelle, curry pure, prezzo decentissimo. I semi di qualcosa ricoperti di zucchero colorato, un must alla cassa di ogni vera mangiatoia indiana, mi hanno fatto perdonare il cameriere obeso che anziche' guardare le mie esigenze di affamato guardava inebetito e ipnotizzato la madre di tutte le fogne, la TV. Mentre masticavo mi hanno chiamato quelli dell'assessorato all'educazione di Naha, affibbiandomi il lavoro per il quale l'altro giorno avevo subito un colloquio (interrogatorio). Devono essere alla canna del gas, se hanno dato il posto a me (e/o gli altri candidati erano di straultima). D'ora in poi, dunque, rispondero' solo a quelli di voi che mi chiameranno SENSEI, ok? A partire dal 21 ottobre mi tocchera' sgobbare di brutto (sveglia all'alba, ahime'), ma qui o si lavora o si fa la fame. Credo che sia meglio la prima. Per essere definitivamente arruolato da me vogliono, fra l'altro, un certificato di buona salute (con tanto di raggi X) e il famoso inkan (印鑑), il timbro con Kanji che corrispondono alla mia firma (me lo sogno da tempo, a brevissimo lo faro'). Avuta la lieta novella ho inforcato di nuovo la fida bici e mi sono fatto altri 20 km per tornare a casuccia. Ho fatto una breve tappa all'odioso American Village, una mini-citta' di cartone colorato fatta a uso e consumo dei soldati gringhi (l'AV e' subito davanti a una base militare) e delle 'yellow cab' (nomignolo con cui i giapponesi chiamano le loro conterranee specializzate in rambi). Il postaccio' e' gia' impestato di puttanate per Halloween, zucche di plastica a destra e a manca, che noia. Mi sa proprio che il 31, sensei o non sensei, dovro' andare a vedere i Bastioni di Orione da quelle parti. 


Abbandonata con zero rimpianti la disneyland di cartoncesso ho raggiunto, stremato, il supermercato di Asato, dove ho comprato una Coca-Cola ritemprante e tofu e germogli di soia per l'anima. All'uscita ho incocciato l'amico Marco Ganbarissimo, il nostro corrispondente consolare qui a Okinawa. Abita a breve distanza dal supermercato, se volete stanarlo cercate il tricolore appeso a un balcone, e' il suo. Mi ha offerto un caffe', e mentre parlavamo di strunzate un vicino di sedia ha sentito la nostra lingua cosi' fuori dagli schemi (americani) che al volo ci ha appioppato un paio di biglietti da visita. Ci ha consigliato di stare attenti alle donne giapponesi (e chi non le vede...?), mentre divideva il tavolino con una donna giapponese (un vero gentleman). Nel parlare con Marco mi e' venuto un dubbio: chi era quel famoso personaggio televisivo che, al camminare in mezzo al mare, provocava un solco spartiacque? Gesu'? Mose'? Noe'? Ricordavo solo che aveva l'accento alla fine del nome, ma che non era la Santanche'. Marco mi ha delucidato in materia - insegna italiano e ha le idee chiare sui nostri piloni culturali; io mi sa che li ho un po' persi per strada -, ho capito che in passato sono stati diversi VIP ad arare le acque, ebbravi loro. Ora sono tornato a casa, ho accarezzato la micia Tabi, ho messo il tofu in frigo e mi sono bevuto un litro di succo di mela, ero disidratato. L'anima, pero', anche oggi, mi si e' arricchita.



MITICO CURTIS! domattina mi riportera' il computer (e mi prelevera' 100 gocce di sangue; la belle camicie costano), evvai.

COMPUTER AGGIUSTATO, CURTIS FOREVERISSIMO!!!



Allora, il tifone cafone Fitow (cazzo di nome è??) sta arrivando e, come da definizione, è apportatore di vento, acqua e sfiga. Quest'ultima, tradotta in soldoni, significa che il mio workshop di fotografia di viaggio, che sarebbe dovuto iniziare domani, slitterà di una giornata, e così l'incontro successivo. 


Come nuove date per la lezione sul campo di battaglia (andare a fare foto in strada in truppa) agli organizzatori avevo proposto il 12 e il 13 ottobre, giornate campali qui a Naha, quando ci saranno il Naha Festival e il Super-Tiro alla Fune per Ciclopi. Occasioni lussuose per fare buone foto, quasi epiche. Ma i partecipanti hanno fatto sapere all'organizzatore che quel fine settimana non potranno (gite con il/la fidanzo/a?). Temo che i miei studenti saranno topi di scrivania con il voglino della foto non storta, o poco di più. Ah, i giovani non sono più quelli di un tempo. Io mi facevo le pippe con Caballero e il National Geographic, quelli di oggi mi sa che se le fanno autofotografandosi con l'I-qualcosapad.

 



Mi devo ancora riprendere dallo shock. Stamattina sono andato in un ospedale semiprivato a fare una visita medica generale, necessaria per il nuovo lavoro di assistente sensei d’inglese per i cinni delle elementari. Quanto i capi dell’assessorato all’Istruzione mi hanno chiesto di farla mi hanno domandato prima DUE volte se le mie condizioni fisiche fossero buone (“Se sei ammalato non possiamo assumerti”), poi mi hanno detto di fare la visita più economica del menù (segnale che, anche qui, ciò che interessa è non avere responsabilità), purché includesse i raggi X. Inforcata la bici, alle 10 in punto siamo arrivati all’ospedale, io e Satoka (fondamentale il suo aiuto linguistico, e poi mi fotografa sempre quando ho a che fare con il Giappone applicato). Lei mi ha compilato un po’ di scartoffie in kanji, poi la segretaria mi ha dato un bicchierino per farci la pipì dentro. Mi hanno infilato in uno stanzino da segaioli e lì ho fatto il mio dovere. In quei pochi istanti di gocce mi sono venuti in mente: 1) il mio ‘servizio’ militare (riempii il bicchierino fino all’orlo, per farli imbestialire); 2) i motel brasiliani, dove dopo la tromba ordini da mangiare e la pappa ti viene consegnata attraverso una finestrella in tutto e per tutto uguale a quella in cui ho depositato il bicchierino. Poi sono tornato in sala d’attesa, dove ho notato che il 100% dei pazienti (90% donne, 10% uomini) avevano un bel pigiamino a quadratini verdi e bianchi. Perché io no?? “Perché stai facendo la visita più economica, niente pigiamino”. Vabbè, ribadiamo la mia povertà e andiamo oltre. Mi hanno misurato la pressione, alta al primo giro (avevo pedalato come un dannato, per non arrivare in ritardo), normale al secondo. Quindi mi hanno fatto i raggi X, nel tempo di un respiro. Come sono entrato nella stanza radioattiva ne sono uscito un minuto dopo. Altri cinque minuti di attesa e sono stato chiamato per il controllo di altezza, peso e vista. Tacerò sul primo, limitandomi a dire che potrei pesare di meno. L’altezza ha registrato un maradonico 1,69 m., che mi ha fatto triste e felice al tempo stesso (“Cazzarola, perché non cifra tonda, 1,70? Beh, sessantanove, pur sempre un gran bel numero”). All’esame della vista mi sono sentito come quando ai ‘tre giorni’ pre-militari riconobbi il ritardato mentale in me durante il quiz di intelligenza (se ricordo bene avrei dovuto infilare delle palle di legno dentro a sagome rotonde e cubi dentro a sagome cubiche; provai a fare l’opposto, mi spedirono in aviazione anziché, come richiesto, fra i Lagunari). La dottoressa ha dovuto chiedermi sette volte sette i numeri che vedevo, ma c’è voluto l’intervento di Satoka affinché capissi il sistema che avrei dovuto seguire per leggerli. Neuroni franati o meno, il risultato della lettura è stato buono, e questo è ciò che conta. Altra sala d’attesa, un po’ di riviste e di TV, poi una gran pezza d’infermiera mi ha infilato nell’ambulatorio con il dottore (l’ultimo della collection). Come gli ho detto che ero italiano mi ha fatto un sorriso gigantesco, aggiungendo che era stato a Roma. “L’ha lasciata con lo stesso portafogli che aveva quando ci è arrivato?”, gli ho chiesto. “Una vecchia con il giornale arrotolato ha provato a fottermelo, ma me ne sono accorto e i miei euro li ho spesi io, non lei. Un’esperienza davvero divertente!” (era seriamente divertito, quando me l’ha detto). Mi ha sentito il cuoricino, mi ha detto che la lastra al torace era normale, mi ha guardato gli occhietti, mi ha detto di dimagrire di 5-6 chili, magari dottò, gli ho detto, mi piace troppo la pappa, gli ho detto, quale pappa, italiana-giapponese-indiana, capisco, ha concluso con aria di complicità. Tutto ok, ha messo tante crocette su un foglio, poi mi ha indirizzato di nuovo alla reception. Mi sono seduto, ho iniziato a sfogliare il National Geographic (marò, quanta pubblicità, una volta ce n’era quasi zero), poi mentre mi stavo gustando un bel servizio sulle scimmie mi hanno chiamato. Consegnato il certificato di abilitazione allo sgobbo, pagati 3675 yen (circa 28 euro). Ho guardato l’orologio, erano le 11,30. Tempo complessivo dell’operazione: un’ora e mezza. Alcuni amici mi chiedono quando tornerò in Italia. L’unica risposta che mi viene in mente, scusatemi per lo snobismo, è: “Perché?”



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