lunedì 11 novembre 2013

48° GIRO DI BOA A SENAGA


Da sabato sono più vecchietto e ho deciso di festeggiare l’ennesimo anno sulla groppa a Senaga-jima, l’isoletta che si trova davanti all’aeroporto di Naha. D’estate la sua piccola spiaggia è frequentata dagli abitanti della città che hanno voglia di festa. Il luogo è ideale per accamparsi e parcheggiare gratuitamente, una vera rarità in Giappone. Senaga ha una spiaggia popolare, zero fighetterie, zero corrente elettrica, uno scivolo e una fontana folli a forma di mega-granchi, un esercito di gatti randagi, qualche ubriaco randagio a fine picnic familiari e gli aerei che ti decollano sulla testa. Se questi ultimi non ti atterrano sul barbecue e se un ubriaco non sbaglia festa e finisce sotto la tua tenda, dunque, l’isoletta offre buone possibilità di divertimento. Se poi, a fine festa, nel sangue hai l’indole orgiastica da antico romano puoi tirare dritto fino al mega-hotel che domina Senaga e goderti il suo onsen.


Con l’impagabile aiuto di Satoka venerdì abbiamo organizzato tutto ciò che era possibile organizzare (cofana di ragù, murgh makhani, bicchieri e piatti riciclabili, tende e tavoli), poi, con l’impagabile aiuto dell’amico Tatsu e del suo minivan abbiamo trasportato le nostre personcine e tutto quel popò di roba fino all’isola. Nel minibus c’erano pure Namiko (l’ex moglie di Tatsu), la russa Lana (all’anagrafe Svetlana, un’ospite del divano di Tatsu) e Bebe, la cagnolina hardcore del mio amico (alla sera, prima di dormire, gli monta sempre una gamba fino a stramazzare con la lingua di fuori). Satoko mi ha tradito per qualche secondo con baci francesi alla cagna porca, non senza il mio stupore incazzoso vagamente siciliano. Giunti a Senaga ci siamo impossessati del punto migliore, su un prato con tettoia e tavolo coperto. Abbiamo montato tutta la fazenda, a cominciare dal tricolore della Marina militare italiana che tempo fa ho comprato per 100 yen in un negozio di ciarpame usato.




Poco dopo hanno iniziato a venire gli invitati, una trentina in tutto. Il grande Matsuyama-san, un amico di Hokkaido che lavora in una guest-house di Naha, si è portato dietro un po’ di femmine fumanti (una coreana taciturna e attaccata alle cigarette, una giapponese con un bello smalto ai piedi). Mentre eravamo lì che montavamo il campeggio mi è caduto un occhio, diciamo due, sul bagnasciuga. C’era un mini-esercito di figa, spuntato dal nulla, come spesso accade nel Paese del Sol Levante. Tutte erano vestite più o meno nello stesso modo, con minigonne all’altezza dei piccoli labbri. E visto che l’uomo è sensibile, sono andato a investigare. Le girls impugnavano due palloncini: uno con il numero tre, l’altro con lo zero. Amiche, avevano tutte trent’anni, una gran bell’età. Erano scortate da un maradona locale con uno zoom più lungo della sua statura. Quando gli ho detto che ero italiano si è indicato aggiungendo: “Porco!”. Si è presentato così, accarezzandosi la pancia birraiola molto prominente, presumo ispirato a ‘Porco Rosso’ (http://en.wikipedia.org/wiki/Porco_Rosso). In ogni caso sono stato molto grato al cotechino quando mi ha prestato le modelle per qualche foto assieme. Poi, sempre con la coda dell’occhio, ho visto Satoko che sbuffava tra picchetti e corde e ho dovuto salutare le veline, rientrare nei ranghi e giocare al bravo maritino festeggiato.



I presenti avevano già una fame bestia e poco prima dell’una abbiamo iniziato a sverginare i piatti. Pino Daniele (prima produzione, non robazza recente) ci ha accompagnato. Piano a piano è arrivato il resto del pueblo, in ordine sparso, a cominciare dal grande Osso Buco (milanese che ha rinnegato il battesimo) e dalla simpatica moglie: lui ha portato un secchio da caserma pieno di birre e ghiacce, ma poi si è alterato perché a fine giornata pochi avevano bevuto; qui chi guida non può bere manco una birra, perché se lo ferma la polizia poi passa il resto della vita a pagare la multa; sua moglie ha portato fantastici involtini vietnamiti con salsina di arachidi e una torta salata spettacolare. 







Steve, americano di NY-SF, è arrivato a bordo della sua spyderina e ha portato il fantastico formaggio del suo amico John (http://unitalianoaokinawa.blogspot.jp/2013/10/the-cheese-guy.html) e baguette croccante. Denis e Tomoko mi hanno portato Nutella (acquistata nella base americana a prezzo ridicolo) e ottimo Chianti (la russa lo ha prosciugato in un attimo). Kiji-san ha portato altro vino e i funghi della moglie Ema. Tomomi, Anna, Yuri e il suo fidanzo hanno portato un intero negozio di sushi. José mi ha regalato due bottiglioni dell’ottimo tè naturale che fa a casa con lemongrass e altri intrugli, e un biscocho, la torta spagnola che è una sua specialità. Livia, il Suo Nome sia lodato. ha portato QUARANTA arancini siciliani che hanno fatto andare in visibilio il popolo affamato, a partire da me. Pietro 2, il proprietario del ristorante Volare (http://unitalianoaokinawa.blogspot.jp/2013/07/volare-tavola.html), ha portato una teglia grande come un posto macchina con sopra distese 1 pizza gigantesca + 1 focaccia (crescenta, a Bologna; ma Pietro 2 è romano e non è colpa sua) ripiena di MOR-TA-DEL-LA e insalata (erezione ai massimi livelli). Quando Pietro è arrivato sembrava che il circo fosse sbarcato in città, i presenti sono accorsi a mani messe a coppa, imploranti. Che altro? Un amico di Tatsu ha portato la torta – qualche giorno fa era anche il compleanno di Tatsu, così ce la siamo spartita da bravi fratelli -, Ariana (messicana-americana) ha portato ciccia da grigliare, ma quando avevo sparso la voce della festa avevo scambiato il tavolo per un grill pubblico, per cui se l’è riportata a casa. Poi è arrivata altra roba da masticare, ma non ricordo. Tatsu ha scodellato tazze di caffè Illy all’interno del suo furgoncino con fuoco da campeggio. Presso la tettoia vicina un gruppo di ragazzi festeggiava il matrimonio di uno di loro, li ho invitati a unirsi a noi e non la smettevano più di ringraziare, soprattutto quelli con la mortadella fra i denti.








A un certo punto è spuntata dal nulla un’oba-chan, una vecchietta alta un metro e forse cinquanta che stava rastrellando la zona a caccia di lattine da riciclare. L’ho fatta sedere a capotavola e le ho offerto una fetta di torta, che ha buttato giù a quattro palmenti. Per ringraziare mi ha detto che sono intelligentissimo perché parlo italiano, inglese e giapponese (non sono stato a sottolineare che tutto il mio giapponese l’ho usato per comunicare con lei). Poi, come in un’anticipazione del natale, sono passato al rito dello scartamento dei regalucci, attività che mi ha sempre entusiasmato sin dall’infanzia. Tomomi mi ha regalato fantastiche tazzine da caffè a forma di lente da macchina fotografica, Chiaki (amica boliviana) un copri-quaderno andino, Deepes (amico nepalese) un portachiavi e un portacarte di credito di marca Vivaldy, Tatsu un tenugui, Lana due bamboline di legno kokeshi di Kyoto, Matsuyama-san un set di asciugamani pregiatissimi e morbidissimi. La sorella di Tomomi, che non è potuta venire, mi ha scritto un biglietto d’auguri molto carino in italiano COR-RET-TO! Mancava solo babbo natale.






Abbiamo tirato dritto fin dopo il tramonto, attendendo Rumiko-san cui abbiamo dato avanzi freddi assortiti al buio pesto. Poi, con l’ausilio di torce elettriche, abbiamo raccattato tutto, immondizie comprese, stivato all’inverosimile il furgone di Osso Buco (mi ha dato un sacchetto pieno di birre che la gente non aveva bevuto; in Brasile non sarebbe MAI successo) e siamo rientrati a casa. Distrutti ma felici.










GRAZIE-ARIGATO-THANK YOU-GRACIAS-SPASIBA (in nepalese non so come cazzo si dica), amigos! L’anno prossimo, se sarò ancora su questo pianeta, lo rifacciamo, eh?



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