lunedì 2 dicembre 2013

HASTA LUEGO, JOSÉ!


Sabato il mio amico di Alicante, José, ha tenuto una bella festicciola nel piccolo parco Ryokuchi, di fianco alla spiaggia di Naminoue, a Naha. Motivo del tutto: ai primi di gennaio se ne andrà in Australia. Nonostante in questi anni si sia fatto il mazzo e, piegato a riccio sui libri di giapponese per sei anni, abbia imparato egregiamente a parlarlo e scriverlo (zero scuole, tutto con le proprie manine e i propri neuroni), integrandosi al meglio nella società giapponese (lavoro come programmatore di computer), è arrivato al capolinea: la vita d’ufficio giapponese, zeppa di stronzate (orari assurdi, straordinari non retribuiti, atmosfera da caserma, l’azienda come Mission di vita), non fa per lui. Meglio l’alcolizzata Australia, più rilassata. E vicina.
Ma andiamo un passetto per volta. Partiamo, come sempre, dal fido Osso Buco, l’uomo-camion che, con i potenti mezzi della ditta, ha già salvato le chiappe a ben tre feste di seguito. Appuntamento da Kanehide, il supermercato sotto casa mia, ampio parcheggio vista sui nonni che giocano a go venticinque ore al giorno. Sabato ero in anticipo e ho ficcato il naso nel casino che si stava svolgendo a Yogi Park. Ogni sabato un po’ di gringhi che credono negli dèi con le croci vi allestiscono una tendopoli di beneficienza in cui spacciano cibo da discount ai poveracci alcolizzati che vegetano nel parco. Sabato, però, si sono allargati. Avevano un invitato d’onore: un predicatore di Taiwan, più una corte di seguaci. Come tutti i suoi colleghi, lo spacciatore di chiacchiere sante era in overdose di se stesso: salti, urla, inginocchiamenti, puttané assortite sbraitate al microfono. Siccome però Dio sarà anche trasparente però non è cieco, nel bel mezzo di uno dei suoi folli orgasmi autoprodotti il predicatore è stato zittito di botto. Fulminato il microfono, ha dovuto continuare a voce. Dettaglio carino, gli unici invasati quanto lui erano solo i paggi che l’avevano seguito da Taiwan. I nonni alcolisti al più si scambiavano sguardi che io ho liberamente interpretato con ‘ahò, quanno se magna?’ e ‘uè, ‘sto cinese deve avere del sakè che spakka, appena finisce di delirare gli chiedo se me ne dà un goccio’. Tutto ciò fra un alleluia e l’altro.


Purtroppo Osso Buco si è perso tutto ciò (appena gliel’ho raccontato mi ha vomitato addosso che avrebbe aperto volentieri il fuoco sul cinese; ma gli ho ricordato che entrambi vorremmo rimanere in Giappone ancora per qualche altro quarto d’ora, per cui meglio farci i cazzi nostri). Abbiamo caricato nel camion quello che c’era da caricare e abbiamo raggiunto José y amigos. Erano accampati sotto una tettoia della nuova ‘spiaggia’ artificiale, tirata con il righello come solo in Giappone sanno tirare. Giornata splendida, sole scalda ossa ma non troppo, si stava da Dios. Finalmente ho conosciuto Javi, un amico berceloneta di José. Tempo fa si è sfrantecato una gamba guidando la moto. Eccesso di lavoro/sonno, ha affondato un’auto al ritorno dallo sgobbo. Ora gira con le stampelle, ma presto ricomincerà a insegnare yoga. Passato da squatter a Londra in compagnia di un foggiano, un siciliano e un milanese (non è una barzelletta), ora vive nella rilassata Itoman ed è vegano. Poi c’era Nicolas, forse l’unico francese ad avere il coraggio a indossare una felpa con il tricolore italiano. Esperto di vini, ha fatto una buona pizza.




Piano piano sono arrivati un sacco di amici, ognuno con il proprio contributo. La parte del leone, ancora una volta, li hanno fatti i formaggi spettacolari fatti da John, portati dall’amico Steve. Pietro 2 è arrivato con una cofana di buone penne con ceci della Murgia, giunti fin qua in astronave. Un amico nepalese ha portato nan buono da far lacrimare. Insomma, mi fermo qua con il menù, limitando a dirvi che abbiamo mangiato come cinghiali. A un certo punto è apparso uno di quegli scassaminchia che fanno parte del panorama giapponese, uno di quei disoccupati cui qualcuno ha dato un’uniforme da bidello che conferisce loro il potere di tagliuzzare il cazzo al prossimo. Lo schiavo, presumo assoldato dalla proprietà del parco, si è preso la briga di venirci a dire che non potevamo appoggiare i cibi sul tavolo in dotazione al parco. Li abbiamo trasferiti su un tavolo smontabile, però Osso Buco ha iniziato a sbavare cose verdi e mi ha confidato che avrebbe volentieri buttato in mare il guardiano dei tavoli; io ho aggiunto che prima, però, avrei voluto il piacere di dargli due cazzotti in faccia, ma solo se possibile; poi entrambi ci siamo ricordati che vorremmo rimanere in Giappone ancora per qualche altro quarto d’ora, per cui abbiamo deciso di dimenticarlo appena è risalito sulla bici ed è andato a stracciare l’anima a qualcun altro).


Altri amici sono arrivati, portando cose fantastiche. Il panettone Buongiorno peruviano mi ha fatto letteralmente commuovere. Anche se aveva i canditi fosforescenti per me era il primo di quest’anno, dunque quasi una prima trombata. Osso Buco ha iniziato ad alterarsi (a sacrosanta ragione) perché anche in questa circostanza, nonostante abbia sfondato il salvadanaio e abbia comprato un secchio di birra per tutti, nessuno la beveva. Se ti fanno il palloncino mentre guidi la multa la finiscono di pagare i tuoi eredi, per cui… È giunta pure della gnocca randagia, di Osaka, amica di amici. Una, una specie di modella, aveva la mascherina anti-ebola sul muso, feticcio che alcuni uomini veri, non faccio nomi, pagherebbero a peso d’oro. Io, però, l’ho fatta subito scappare con una frase galante: “È vero, come dicono qui a Okinawa, che voi di Osaka quando parlate fate un gran casino?” (qui a Okinawa, la Sicilia del Giappone, vedono Osaka come la Caserta del Giappone). Si è messa a chiacchierare con il francese. Tanto non me l’avrebbe data comunque (la mascherina).
Poi, forse si era dimenticato qualcosa, è tornato il guardiano dei tavoli. Ha spaccato il cazzo ancora una volta, questa in fettine più piccole, chiedendoci (con aria di rimprovero) se fossero nostre quelle macchine parcheggiate laggiù. NO, NON SONO NOSTRE, gli abbiamo detto non senza una voglia di spaccargli gli occhiali dentro gli occhi. Sia a me sia a Osso Buco le nocche delle mani erano già diventate bianche (questa è una citazione di Welsh, per chi non ci fosse arrivato e avesse bisogno dell’aiutino), pronte a partire. Poi… lo sapete, i quarti d’ora. Peccato, aveva degli occhiali brutti brutti.


Poco prima di dover abbandonare la festa (dovevo insegnare la lingua di Dante), Yuri-chan si è esibita in uno spettacolare flamenco. Gli españoles hanno accompagnato con mani sbattute e voci maraglie, come solo i gipsy stramaledettissimi kings sanno fare. È seguita una sevillana in coppia con Yukie-chan, la moglie di José. Un piccolo momento davvero magico. Olé.




Ci siamo rivisti, dopo la lezione di italiano, al mercato Sakaemachi. Vi si teneva l’ultima festa di quest’anno a base di Oba Rap, le tre vecchie matte che fanno spettacoli infuocati. Purtroppo Dante mi ha fatto perdere tempo, per cui sono arrivato in ritardo, portandomi dietro i boys e le girls del corso d’italiano. Le Oba Rap avevano già finito il loro show matto, ma non siamo rimasti a bocca vuota. Ci siamo goduti l’esibizione di Ken-chan, un vero mito a Okinawa, esecutore eccellente di musica tradizionale che ha fatto infuocare la platea. Hanno circolato un bel po’ di ascelle sudate e roteato parecchi polsi (è la danza di Okinawa), il tutto diluito da molta biru e da gyoza impestati d’aglio (aliti orrendi, qua e là). Osso Buco era contento (io meno): tutte le sue birre erano finite.





Abbiamo concluso la noche española nella mangiatoia di una signora che ha vissuto a lungo in Argentina e che fa empanadas spettacolari. Accompagnate dalla biru Orion vanno giù che è un piacere. La proprietaria ha aperto il rubinetto dei ricordi e ci ha parlato di mille cose, da quel gran hijo de putona di Videla agli aneddoti da emigrante. Verso mezzanotte ci siamo salutati tutti. Un grande abbraccio a José, mi mancherai. Que te vaja bien, hombre!




Nessun commento:

Posta un commento