domenica 12 gennaio 2014

GRAZIE MILLE, SUPER-TATSU!


L’eroe ufficiale di Okinawa è il Grande Mabuya (http://unitalianoaokinawa.blogspot.jp/2013/06/viva-mabuya.html), ma il mio eroe personale di quest’ultimo anno è il mio amico Tatsu-san. Da marzo scorso dirige la scuola-associazione Hiyamikachi (http://hiyamikachikeikaku.blogspot.jp/), la quale, grazie a lui – è l’unico del gruppo a parlare un buon inglese, qualità che gli permette di avere rapporti con i gaijin -, ha un calendario folto di corsi e workshop diversissimi fra loro e, in buona parte, interessanti. Dallo yoga all’ocarina di Budrio, dalla cerimonia del tè al teatro, dal karate ai corsi di lingue straniere.
  

Grazie a lui devo la mia partecipazione a Hiyamikachi con una bella carriolata di workshop. Innanzitutto quello di travel/street photography, il mio lavoro di un quarto di secolo… Purtroppo a Okinawa non esiste una facoltà universitaria di fotografia/fotogiornalismo, e non nascondo che mi piacerebbe lanciarla. Se solo parlassi decentemente giapponese. Se solo avessi contatti con qualche ateneo interessato… Chissà, il futuro dirà. Per ora mi sono divertito, in un paio di occasioni, a far giocare ai fotogiornalisti persone di età e provenienze molto diverse fra loro. Il workshop che sto tenendo in questi giorni – si concluderà domani – è un po’ l’erede di quelli analoghi che ho tenuto negli anni passati nella mia Bologna e a Goiânia, la città brasiliana dove ho vissuto per un po’. Piccoli ma agguerriti gruppi di amanti della fotografia, non necessariamente interessati a diventare professionisti (con i chiari di luna che vede l’editoria di questi tempi è meglio darsi all’ikebana…), ma desiderosi di migliorare il loro modo di fotografare. Dunque, nel menù, lettura di portfolio, analisi e critica di immagini tratte da riviste e libri, seguito da una sessione di fotografia ‘sul campo’, in strada, magari seguendo un tema e costruendo una storia. Chi partecipa, nell’ipertecnologico Giappone, a volte usa telefoni o iPad, attrezzi per me contro natura, ma che comunque permettono di immortalare la realtà che ci circonda. I miei corsi provano a sviluppare ‘l’occhio da fotografo’, a vedere il mondo secondo un’ottica rettangolare, pronta per l’impaginazione. La parte finale si concentra sull’analisi degli errori fatti e all’eventuale correzione, quando possibile, attraverso Photoshop o programmi simili.






La mia seconda passione, la cucina, sta avendo un certo successo sui fornelli di Naha. Sempre più persone – in particolare donne, ma ogni tanto anche qualche gentiluomo dal palato curioso – partecipano alle mie orge culinarie italiane, di solito una volta al mese. Cerco di variare il menù ogni mese, così da permettere a chi vuole partecipare più di una volta di farlo senza annoiarsi. Una bella mappa dello Stivale disegnata alla carlona e poi un po’ di indicazioni di massima sulla provenienza dei piatti. Perlopiù pasta, ma anche piatti di carne, insalatone, figatine da contorno e, per concludere, un bell’espresso con la moka di casa (alcune gentil signore se ne sparano tre di fila). Niente o quasi pesce (da buon bolognese non ne vado matto), niente dolci (troppo da seguire al milligrammo) e, soprattutto, NIENTE AGLIO (sono un vampiro e lo ritengo un frutto del Signore creato un giorno in cui il medesimo si era svegliato con la luna storta; è antisociale e antibaci). Di solito l’abbuffata si tiene in una sala attrezzata con otto fuochi, quattro lavandini e un mare di stoviglie. Tutti i partecipanti si divertono a sminuzzare le verdure (la parte più noiosa, per me), e poi via ai fuochi. A fine festa, dopo una sfila di oishii (‘buono’, qualcuno purtroppo infilando un indice in una guancia e roteandolo) si portano a casa gli avanzi e a me non rimane nemmeno una briciola…

 








Last but not least, il corso di lingua e cultura italiana. Non solo noiosa e complicata grammatica, ma anche chiacchiere assortite, aneddoti buffi e malandrini sul vivere italicus, che i giapponesi tanto amano (soprattutto se visto dalla distanza). Ogni tanto scoppiano sonore risate, dovute spesso a strane coincidenze linguistiche o a confusione delle medesime (durante una lezione in cui avevamo ricostruito una scena da ristorante la fida Satoka, volendo chiamare il cameriere, ha alzato un braccio e ha declamato: “carabiniere!”). Il mio italiano va a braccetto con la vita culinaria del nostro Paese. Dunque: ristoranti, super/mercati, negozi in cui si masticano le nostre bontà, chiamandole con il nome corretto e, se possibile, con l’articolo pure corretto. Satoko è stata bravissima, durante questi corsi, a scovare testi in giapponese e italiano da seguire – perlopiù guide turistiche fatte molto bene, meticolose e corrette -, e senza di lei le cose sarebbero state molto più complicate… Un grazie, per quanto riguarda il corso di italiano, anche all’amica Eri, che ci ha portato non uno ma DUE panettoni (peruviani, marca D’Onofrio, la migliore del Perù; questo passa il convento a Okinawa) per addolcire lo studio delle preposizioni e del congiuntivo.




A chiusura, dei corsi, ogni tanto facciamo qualche pranzo/cena assieme, se possibile alla pizzeria Onda di Minatogawa (Urasoe, http://unitalianoaokinawa.blogspot.jp/2013/02/minatogawa-larte-del-recupero.html), dove il biondo Suzuki-san, di Tokyo ma con Napoli e Maradona nel cuore, ci sforna ottime pizze veraci.
Purtroppo l’incarico di Tatsu finirà il 28 febbraio, poi chi vivrà vedrà. Il sistema produttivo giapponese funziona a progetti per periodi brevi, sei mesi o un anno, poi si ricomincia daccapo. Strano, ma qui va così. Il 2 febbraio terrò l’ultimo dei miei corsi (di cucina) con Hiyamikachi, poi, lo spero, nuove avventure verranno. Se possibile assieme al brillante Tatsu, che in molte occasioni mi ha anche aiutato a tradurre l’inglese a chi parlava solo giapponese.
Arigato gozaimasu, Super-Tatsu-san!




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