domenica 23 marzo 2014

FILM FESTIVAL, LA SERVA CHE È IN NOI


Oggi sono andato lungo Kokusai-dōri, la lunga via dello shopping e del turismo cazzone nel cuore di Naha. Ogni domenica pomeriggio viene pedonalizzata dalle 2 alle 6, ma oggi era una giornata particolare: vi si è tenuto, scusatemi la bestemmia, il red carpet dell’Okinawa Film Festival.
Il festival è stato clonato nell’arcipelago dai gironi superiori (Tokyo, Yokohama) qualche anno fa per stimolare il turismo. Un po’ come le nostre città di provincia che cercano di copiare Hollywood, Cannes, Venezia o Berlino, anche Okinawa, da brava campagnola, si è costruita il suo festivaletto fra Naha e Ginowan. Di conseguenza in questi giorni la città è stata presa d’assalto da villici con Alte Ambizioni Artistiche e, purtroppo, con tutte le puzze sotto il naso, gli abiti da circo e le ruote da pavoni classiche di queste circostanze che tutti conosciamo. Amo Okinawa e la sua gente per la sua semplicità, ma quando mi trovo davanti a spettacoli di questo genere, perlopiù a base di sfiga importata dalla capitale, mi si innervosiscono le ginocchia.
A Naha, in pratica, non arrivano gli attoroni della serie A, ma quelli dalla B alla D, con una vastissima preponderanza dei divetti della TV, i ‘tarento’ (‘talenti’, in quanto ‘superiori’ alla massa in qualcosa, tipo tingersi i capelli di viola o strabuzzare gli occhi più dell’impiegato medio) e robe così. Noti ai chi si strafa di televisione, ignoti a me che non l’ho e che se i suoceri me la regalano corro a venderla al negozio di usato sotto casa.
  

















Il tappetazzo rosso è stato disposto lungo il tratto di Kokusai-dōri che di solito viene pedonalizzato, quello che si trova davanti a Starbucks e alle sue zoccole a caccia di rambi travestite da innocenti consumatrici di caffè di superultima (e di rambi a caccia di zoccole). La calca si affollava e sudava, per cui sono andato ad appostarmi nello sfintere dell’evento, davanti ai tendoni dove l’attorame stava all’ombra in attesa del proprio momento di gloria (la sfilata della sfiga). Ottimo punto per paparazzare e fare, tutta per me (ma anche un po’ per voi), una rapida analisi antropologica delle deviazioni umane, file ‘Vanità’, con un fuoco incentrato soprattutto sulle dev. um. giapponesi.
In effetti all’orgia di volti noti (agli altri, io non ne conoscevo manco uno) ho potuto godermi un campionario pressoché completo di umanità che non frequento tutti i giorni. Zoccole in pelliccia e machos stagionati con i capelli tinti, studentesse liceali in calore per qualche cretino stratardopunk e obese con cartelli autoprodotti zeppi di cuoricini destinati all’eroe che mai farà loro alcun complimento alle loro salsicce, samurai postmoderni e pupazzi ripieni di gente, che qui non piacciono solo ai piccini ma anche molto agli adulti con svariati accessori piccini.




Ho fotografato di tutto un po’, la merce era oro, in pratica. C’era pure un’attricetta americana almeno sessantanovenne travestita da ggiovane, un gran brutto spettacolo di ciò che l’incedere dell’età, la fèscion di ultima e la sfiga di essere nati negli Stati Uniti possono regalare all’essere umano. L’unico che ho riconosciuto nel pueblo era uno spilungone neozelandese che so insegnare l’inglese, finito lì, tra i VIP, solo God sa perché. Anche lui, mentre marciava sulla moquette rossa, faceva ciao con la manina. Mi sa che da quando l’ho incrociato qualche mese fa, e mi ha detto di fare il maestro, ha fatto carriera.
A mezzogiorno in punto è iniziata la sfilata, orchestrata con un’alternanza di attorini da box (quelli sotto il tendone che fotografavo senza alcuna pietà) ad attorazzi da auto sborona. Lungo il braccio destro della strada hanno iniziato ad arrivare automobili da magnate del petrolio modenese cariche di faccette da culo famose ai più. I più, come ne riconoscevano le creste in testa, il giubbottino di riferimento, la tintura dei capelli o le faccette di qualche scemeggiato, emettevano urletti di calore e approvazione, specie di micro-orgasmi da riconoscimento del famoso. Per carità, non pensiate nemmeno per un secondo che voglia sfottere i giapponesi paragonandoli ai ‘migliori’ italiani. Lo scorso 25 aprile ero davanti al Vittoriano a Roma e il popolo bue faceva a gomitate per riconoscere per primo i politici di turno venuti a onorare la Patria. Ogni paese, è noto, ha le sfighe che si merita.

 








Tutta la kermesse della stracippa era organizzata al micron misurato da un esercito di sbirri in divisa e da organizzatori in divisa pure loro. L’uniforme di questi ultimi erano completini con giacchette e scarpe a punta cappellare. Vorrei avere l’1% di quanto quegli omarini spendono al mese dal parrucchiere e sarei miliardario (non mi addentro nel fatturato delle parrucchiere che si occupano delle loro signore, non vorrei passare per uno che ce l’ha con le quote rosa). Tutti con un’aria treeeeeemendamente indaffarata e cool, fra auricolari e sguardi nervosi al programma stampato. La sopravvivenza dell’universo dipende da me, ma non temete, ragazzi: ho tutto sotto controllo. Alcuni di questi modelli mancati lottavano contro il nemico dell’Asia, il cattivissimo sole. Si proteggevano le costose criniere griffate con cartelline e manine, ma poco potevano contro i perfidi raggi. Oggi mia moglie mi ha raccontato di aver sentito l’intervento di un ascoltatore alla radio. Guidava e quando ha svoltato a un incrocio ha tirato su la mano per proteggersi la tempia dal raggio laser del pianeta nemico. In quel momento ha incrociato un’auto della polizia, che prontamente gli ha risposto al saluto, attraverso il parabrezza… È roba vera, non me la sono inventata.


Ho retto a tutto ‘sto popò di spettacolo per un’interminabile ora, e mi sono pure abbronzato, poi sono fuggito a mangiare polli arrosto. Volevo dimenticare. Lungo la via della fuga ho visto una fila chilometrica, inusuale, davanti a Sakurazaka, il cinema d’essai invischiato con il festival. È l’unico cinema che frequento, anche se di film belli ne fa uno ogni prepensionamento di papa. Gli altri ti (mi) ammazzano di sbadigli. Poi, mentre addentavo le fauci nel povero pollo, ho pensato che mi divertivo più da adolescemo, quando verso i tredici anni andavo alla Festa del Latte a Granarolo dell’Emilia. Festa paesana hardcore, c’erano le mucche, maragli veracissimi con il Ciao e le espadrillas, e i proprietari delle signore vacche ti regalavano un po’ di latte. Se eri dio, in quella circostanza trombavi una contadina della tua età fra due balle di fieno, ma io non ero nemmeno chierichetto. Quello sì, che era contado autentico, anni Settanta al loro meglio. Altro che la contadinata di oggi, triste clone di altre galassie già viste e straviste. Perché la ggente, anziché fare i festival del cinema, non si dedica a cose più utili per l’umanità, tipo imparare a non scuocere la pasta o farci conoscere le loro sorelle?

 


lunedì 17 marzo 2014

MEGLIO UN GIORNO DA CONTADINO ORGANICO CHE CENT’ANNI DA MONSANTO


Ieri sono stato, assieme a Satoka e all’insostituibile Tatsu-san (senza il suo furgoncino sarebbe stato impossibile), a raccogliere patate in un campo poco a sud di Itoman. Satoka ci va ogni fine settimana, perché il coltivatore produce verdure senza utilizzare alcun fertilizzante chimico né sementi assassine made in Monsanto. Lascia crescere le piante in maniera del tutto naturale, più o meno come capitava all’epoca di Adamo e di quella zoccola di Eva. Ieri, in più, la contadinata si è trasformata in una specie di evento bucolico. Oltre alle famiglie con un sacco di bambini è stato invitato il simpatico e corpulento chef delle trattoria Lamp di Naha. La conoscevo già perché tempo fa, girovagando dalle parti di Wakasa, avevo fotografato la sua insegna particolare (il ristorante era indicato come Torattoria, è noto che ai giapponesi due consonanti di seguito stanno antipatiche e ci devono per forza infilare una vocale in mezzo, Pietoro docet). Appena lo abbiamo conosciuto Satoka le ha raccontato il mio aneddoto (mia moglie è incapace di tapparsi la bocca, a volte), e lui si è fatto una gentile risata dicendo di aver cambiato l’insegna, dopo essersi accorto dell’errore.


















Grammatica a parte, il cuocone era stato invitato per fare un minestrone da caserma con le verdure raccolte in loco. Ha messo su una cucina da campo, con il fuoco protetto da un muretto di mattoni. Mi ha raccontato di essere stato in Italia per un mese e mezzo, e come gli ho detto che sono di Bologna ha esclamato ‘bollito misto!’. Mi ha chiesto che differenza c’è fra minestra e minestrone. Poi ha aggiunto che il suo piano originario era di stare a Bologna solo tre giorni, ma appena ha iniziato a infilare la forchetta qua e là ha deciso di rimanerci una settimana. Bisogna che uno di questi giorni passi a trovarlo.

 

All’evento ha partecipato anche una troupe televisiva, in effetti tutto ciò era molto carino e inusuale. Satoka di solito va da ‘sto contadino ogni sabato: sgobba raccogliendo le sue verdure, poi lui la paga con le medesime (il nostro frigo esplode di insalate e cipolle e carote e cavoli). Ieri tutti si sono messi allo sgobbo, ma essendo io ai primi giorni di libertà dopo cinque mesi di fatiche, e così Tatsu dopo un anno di fatiche, abbiamo lasciato raccogliere le patate al pueblo e ci siamo cucinati una cofana di penne al tonno nel furgoncino (Tatsu è attrezzatissimo per le attività da campeggio) + insalatona del contadino. Da un lato a quell’ora avevo già una fame da cinghiale incinto, dall’altra, se proprio devo essere onesto, non è che confidi troppo nelle doti culinarie degli chef giapponesi in territorio italiano.


Come altre volte, ho dovuto rivedere i miei preconcetti. Il minestrone era molto buono (io lo avrei fatto andare ancora un po’, ma per 500 yen in mezzo a un campo non si può mica volere la Luna, no?), anche perché cosparso di parmigiano. Ho bloccato la mano del cuoco prima che me lo avvelenasse di prezzemolo; chi fa cucina italiana fuori dall’Italia non ce la fa proprio a evitare di assassinare i piatti con quest’erbetta rompicazzi. Inoltre il piatto era accompagnato da un po’ di figatine. Piccole fave semicrude con patate e pesto. Una verdurina viola a stelle filanti non pessima. E, soprattutto, una miniporzione di cipolle ‘spalmabili’, quello che a Bologna è il santo friggione, anche se quello di ieri era senza pomodoro. Buonissimo.




A fine masticazione Tatsu è collassato per primo in un coma digestivo, poi io, poi Satoka. Abbiamo fatto a turno per un pisolino nel furgoncino, nonostante qualche mosca strappaminchia. Poi, a fine festa, sono andato a salutare e ringraziare. Una delle organizzatrici ha girato un filmetto non porno mentre stringevo la mano, salutavo e chiacchieravo con il cuoco e il suo assistente. Ero l’unico gaijin del mazzo, per di più itariano DOC, dunque l’animale esotico nel posto giusto al momento giusto. Alla prossima orgia vegetale lo rifaccio.



martedì 11 marzo 2014

FUKUSHIMA, TRE ANNI DOPO


Un minuto di silenzio davvero toccante, oggi alle due e quarantacinque del pomeriggio, qui a Naha, Okinawa. Ero in un’aula della scuola elementare e stavo riordinando il materiale della mia ultimissima lezione – da domani libertà! -, quando il preside ha annunciato il momento di raccoglimento attraverso l’altoparlante. Ho visto i bambini di un paio di classi nel campo di calcio disporsi in direzione del Nord-Est del Giappone, dove tre anni fa avvenne il disastro. Alcuni in preghiera, altri in semplice silenzio. Un muratore che stava facendo dei lavori nell’edificio di fianco ha continuato come se nulla fosse, e io l’ho trovato terribilmente simbolico del Giappone di oggi, che vuole andare avanti ignorando il passato. Il Giappone che organizza delle olimpiadi ed esulta quando le ottiene, mentre sul territorio c’è ancora una centrale nucleare che per tre anni ha quotidianamente inquinato aria, acqua e terra, e continuerà a farlo per chissà ancora quando.

  
  


Tempo fa ho conosciuto un pittore della zona di Fukushima. Il suo modo per dare speranza a chi lo tsunami lo ha vissuto in prima persona è stato quello di decorare con colori vivi e felici i container in cui vivono ancora molte famiglie, mentre i progetti per i villaggi olimpici si moltiplicano avidi di sovvenzioni governative. Chi vive in quei container forse ha voglia di parlare del disastro, per capire e, magari, sperare che non accada mai più nulla di simile. 


Gli altri, quelli che il disastro lo hanno visto solo in TV, invece sembrano fare di tutto per ignorare la tragedia, come se fosse un buco nero di cui non vale la pena parlare. L’altro giorno ero nella sala dei professori e una collega mi ha domandato della foto che uso come ‘profilo’ della mia pagina Fèssbokk: quattro matte con una parrucca che saltano nel Museo del Manga a Kyoto. Quella foto la feci il giorno dopo la tragedia. L’evento – un meeting di cosplay – era organizzato da tempo e non ci fu disastro che lo fermasse. Ci volle un po’, qualche giorno, prima che le persone realizzassero l’entità della tragedia e indossassero gli abiti più adeguati del lutto nazionale. Da allora quell’evento è diventato, per i più, un argomento di cui non parlare. L’altro giorno, quando ho raccontato della mia foto, il silenzio è calato nella sala professori.

 

Faccio fatica a capire perché ogni anno si commemorino in pompa magna le vittime delle bombe atomiche – frutto della scelta scellerata del Giappone di entrare in guerra e di quella ancor più scellerata degli americani di lanciarle a guerra già vinta, solo per dimostrare a Russia e Cina che avevano i muscoli grossi, usando la popolazione giapponese come cavie -, e pressoché nulla venga fatto per commemorare le vittime di un disastro naturale, più ‘innocente’, come lo tsunami. Anche oggi qui a Okinawa, e così in molte altre province del Giappone, nulla o quasi è stato fatto per commemorare i morti. La bandiera a scuola era a mezz’asta, ma nessuno ha organizzato alcunché di pubblico per ricordare quel momento. Greenpeace Japan ha promosso una campagna mediatica per non dimenticare – soprattutto la follia di costruire centrali nucleari vicino al mare e, follia due, di volerle riattivare al più presto -, lasciando a ognuno di noi la scelta del modo migliore per farlo. Nella rete i messaggi abbondano, mentre in strada a Naha tutto è proceduto come se l’11 marzo fosse un giorno qualsiasi.

 

Tempo fa un amico che ha vissuto per anni a Tokyo ha deciso di trasferirsi con la famiglia a Okinawa. Quando è andato a comunicare il trasferimento presso l’ufficio della capitale gli hanno chiesto il motivo, e lui senza troppi giri di parole ha detto ‘radiazioni’. L’impiegato ha alzato un sopracciglio e, senza staccare gli occhi dalle scartoffie, ha chiesto al mio amico di seguirlo in un'altra stanza. Temeva che nell’altra stanza lo avrebbero preso a manganellate sulle rotule, ma invece si è trovato davanti un archivio gigantesco. L’impiegato ha aperto un librone e ha iniziato a spulciarlo, cercando una destinazione da dare al mio amico. ‘Le daremo anche un aiuto economico e diversi benefit per un paio d’anni. Unica condizione: non ne faccia parola con nessuno (io non sono nessuno)’. Sui libroni erano annotati i nomi di migliaia di persone, tutte fuggite in silenzio. Guai spargere la voce, si scatenerebbe il panico e l’ultima cosa che il governo giapponese vuole è la fuga in massa da Tokyo, motore economico del Paese. Quello stesso amico aveva avuto l’occasione di andare a Fukushima assieme a un giornalista. La doppia missione: portare un po’ di aiuti e ficcare il naso per vedere come stavano veramente le cose. Nel dubbio, i due si erano portati un contatore geiger italiano. Arrivati non senza peripezie in loco, lo hanno messo a confronto con un contatore made in Japan. Quest’ultimo non segnalava alcunché di anormale, mentre quello italiano era impazzito.

 

A questo punto, forse, visto il silenzio del governo, le olimpiadi-tappetino con cui coprire le radiazioni, l’unica speranza per la gente di Fukushima e del Giappone sono le persone come Taro Yamamoto, il solo parlamentare ad avere avuto il coraggio di portare l’attenzione dell’imperatore – consegnandogli direttamente una lettera a riguardo – sulla questione di Fukushima. Certo è che è frustrante vedere come questo bellissimo Paese sia ottusamente orgoglioso delle proprie scelte, a volte sbagliatissime. Anche se visto dalla lontana e vacanziera Okinawa. Il rischio è che Abe e amici trasformino il Giappone in un Paese di soli muratori che non si fermano mai per pensare, anche solo per un istante.