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domenica 31 marzo 2013

IL RITORNO AL VENTRE



La particolare architettura funeraria di Okinawa

Okinawa, come in altri campi, differisce rispetto al resto del Giappone. Anche il modo di rendere omaggio ai propri morti è unico nel panorama nipponico, a partire dall’architettura dei sepolcri. A grandissime linee, le tombe di Okinawa possono essere suddivise in due categorie. Le prime (kikkobaka), più antiche, a forma di guscio di tartaruga. Ampie, riprenderebbero le linee del ventre materno, da cui si è venuti e a cui si ritorna. In pietra, scarne, spesso prive di nomi. Contengono le ossa dei defunti, se non addirittura quelle di diverse generazioni della stessa famiglia. Sulla parte davanti una piccola nicchia quadrata, con uno o più vasetti per fiori e offerte (a volte un paio di bacchette per mangiare). Queste tombe giunsero, come molto a Okinawa, dalla Cina, in particolare dal Fujian e dal Fuzhou, in epoca Ming, tra la fine del Seicento e quella dell’Ottocento. La tartaruga era un animale sacro, per i cinesi. Nel Regno di Ryukyu, come allora era chiamato l’arcipelago, queste tombe erano riservate, almeno agli inizi, ai VIP locali. Come testimonia, per esempio, la grande tomba dell’Udun di Ginowan, nel parco Sueyoshi di Naha.


Questa è la più antica e ampia del capoluogo di Okinawa, ma la sua forma è stata ripresa in numerosi altri sepolcri, a volte accerchiati dallo sviluppo edilizio. Non è raro, infatti, trovare cimiteri o singole tombe completamente attorniati da condomini moderni, sia a Naha sia nei centri minori. Le tombe più grandi e antiche a volte sono di un intero villaggio, oppure di gruppi di amici, slegati da parentela di sangue ma uniti da un legame affettivo e di onore. La più grande in assoluto, a Itoman, è chiamata kochibara monchubaka. Stesa su un’area di oltre 5 km quadrati, si ritiene che conservi i resti di circa 5000 persone. Tombe minori, ma pur sempre ampie, sono quelle per la monchu, la famiglia ‘allargata’, di membri uniti da un’unica linea paterna. Poi quelle minori, da famiglia in senso stretto.


 

 

 

Il secondo tipo di tomba, moderno e di dimensioni più ristrette, è quello che ha seguito quelle ‘a tartaruga’. Più pratiche – visto anche l’utilizzo di un appezzamento minore - ed economiche, con colonnine e una piccola veranda, a volte sono decorate/protette da un paio di shisa (http://unitalianoaokinawa.blogspot.jp/2013/02/uno-shisa-per-tutte-le-stagioni.html). Una specie di replica di piccole case, con tanto di muretti di recinzione sui quali sedersi. Alcune – ben poche, in realtà – hanno una croce cristiana. 



La croce è un simbolo della comunità cristiana di Okinawa (la maggiore del Giappone: qui si concentra il 10% dell’intero Paese), ma anche un segnale che fu tracciato sui sepolcri più antichi per far capire agli stranieri che di tombe si trattava. In effetti, a prima vista, molti sepolcri – soprattutto quelli a forma di ventre – potrebbero far pensare ad altro. Subito dopo la Seconda guerra mondiale molte tombe furono depredate, e alcune si ‘salvarono’ grazie alla croce.










Un luogo davvero particolare per vedere questi sepolcri è lo sconfinato cimitero di Shikina, in pratica una città nella città, nella periferia sud-orientale di Naha. Disposto su una collina ‘sacra’, il cimitero è una babele di sepolcri, sia del vecchio stile sia di quello più recente. È qui che, fotografando, un giorno incontro Asato-san, gentiluomo di età avanzata. ‘Italiano? Fotografo? Vieni, ti faccio vedere la mia tomba.’ Asato-san mi conduce attraverso un sentiero di sterpaglie. Vedendomi in ciabattine infradito mi dice di fare attenzione agli habu, i serpenti velenosi che chi vive a Okinawa teme come la morte. Mi porta a una tomba tirata a lucido, nuova fiammante, con il simbolo di famiglia dorato. Accetta di posare davanti a quella che un giorno sarà la sua casa eterna, come a lasciare un ricordo per i posteri. ‘Le vecchie tombe, più antiche, sono state molto utili durante la guerra, quando siamo stati invasi dagli americani e ci bombardavano. le famiglie si rifugiavano all’interno, così da proteggersi dalla pioggia d’acciaio dei mortai americani e giapponesi.’


Aprile, è tempo di Shimi
In aprile, soprattutto di domenica, le famiglie di Okinawa usano ritrovarsi in prossimità dei sepolcri dei loro avi, per commemorarli a dovere. Anche questa è una tradizione che affonda le proprie radici in Cina e che, con molteplici sfumature, si ritrova in tutti i Paesi in cui vive una comunità cinese. Dopo una breve cerimonia in cui ci si raduna davanti alla tomba e si prega, si brucia incenso e qualche banconota finta, ‘impersonata’ da tovaglioli che si possono acquistare ad hoc per questo rito, da inviare agli spiriti per il loro benessere nell’aldilà. In qualche isola minore, ancora legata alle tradizioni, si può incappare in qualche famiglia che danza davanti ai sepolcri seguendo le note dello sanshin, il ‘banjo’ di Okinawa, cantando in Uchinaaguchi, la lingua di Okinawa (沖縄口/ウチナーグチ), diversissima dal giapponese. Il rito è seguito da un grande picnic a cui partecipa tutta la famiglia, avi sepolti inclusi. 







Questa cerimonia, spesso, è ripetuta all’interno delle abitazioni: viene reso omaggio agli avi presso il loro altarino permanente, mentre le offerte vengono bruciate all’ingresso di casa. Quella dello Shimi è un’occasione particolarmente importante nella cultura di Okinawa, perché in questa circostanza vengono rinnovati i legami familiari. I bambini giocano e si divertono, mentre gli adulti si dedicano al pranzo e a ripulire il sepolcro, sia dalle sterpaglie circostanti sia dalla polvere all’interno del recinto che delimita la tomba. 




















Alcuni sepolcri, se visitati nel corso dell’anno, sembrano spesso abbandonati, sporchi e dimenticati. Ma ad aprile, all’inizio del periodo di Shimi, si procede a pulirli meticolosamente. Gli abitanti di Okinawa credono che i loro avi li controllino, per vedere se tengono puliti i sepolcri, dunque la fase di pulizia è estremamente importante. Sul sepolcro vengono lasciate lattine di sakè, di awamori o di birra, un altro omaggio agli avi. Qualche fiore di plastica le decora senza grosso bisogno di cure.







Lo Shimi, in realtà, si protrae nei mesi successivi, fino a diventare Obon, in agosto. La canna da zucchero, di cui Okinawa abbonda, è il simbolo di questa ricorrenza, e viene data in regalo a chi partecipa. Le case e i negozi dei familiari in vita vengono ‘protetti’ lasciando offerte sul selciato: incensi (alcuni, neri, sembrano strisce di liquirizia), fiori, riso, banconote false, sigarette. E, più del solito, in questo periodo sulle tavole delle persone arrivano i mochi, i gommosi dolcetti giapponesi fatti di riso pestato. I laboratori che li producono aumentano la produzione, soprattutto in settembre, quando con l’Eisa (http://unitalianoaokinawa.blogspot.jp/2013/02/eisa-matsuri.html) si celebra la fine imminente del periodo di commemorazione dei defunti.



mercoledì 20 febbraio 2013

QUALCUNO SALVI L’ARCHITETTURA TRADIZIONALE DI OKINAWA!




Dopo le bombe degli americani a Naha, Okinawa, è esplosa un’altra bomba: quella dei palazzinari

Darei tutto ciò che possiedo, o quasi, per essere catapultato indietro nel tempo e atterrare a Naha, la capitale di Okinawa, prima che le bombe degli americani la facessero a pezzi durante la Seconda guerra mondiale. Vorrei tornare indietro di un secolo e godermi questa città così com’era: il centro di un mondo a parte, l’ex regno di Ryukyu, tappezzato di casette monofamiliari. Basse e bellissime. Tetti fantastici di argilla, quasi sempre con uno o più Shisa (vedi oltre) e con i simboli del quartiere disegnati sulla sommità. Pareti in legno, semplici e per nulla pretenziose, spesso circondate da un muro di cinta, altrettanto semplice, a proteggere la privacy degli inquilini. All’interno legno alle pareti, porte scorrevoli e tatami in camera da letto. Piccoli spazi, ma ben organizzati, così da ospitare una famiglia anche numerosa. Ritmi di vita lenti, aroma di Okinawa soba in cucina, atmosfera da vendere.










Poi è arrivata la guerra, le bombe, gli americani. Molte case sono state distrutte, e la cosiddetta ‘modernità’ ha fatto il suo traumatico e devastante ingresso, anche qui. Colonizzati per metà dagli americani e per metà dagli altri giapponesi, nell’ultimo secolo Naha e i maggiori centri di Okinawa hanno subito una trasformazione architettonica selvaggia, spesso deprimente. Sulle macerie delle vecchie casette sono passate le ruspe, per far spazio a nuovi condominietti di tutte le fogge e misure ipotizzabili, secondo il dilagante stile di architettura selvaggia alla giapponese: una casa - quando non è un mostruoso condominio formicaio - non è MAI uguale a quella del vicino. Imprese edili, architetti folli e agenzie immobiliari scatenate, Naha sta vedendo un boom edilizio - dovuto forse anche all’arrivo dei molti immigrati dal resto del Giappone, in fuga dalla peste di Fukushima - che ha pochi eguali.









Le vecchie case tradizionali, in effetti, non sono le più resistenti del mondo. Quelle che hanno cinquant’anni ne dimostrano almeno il doppio. La salsedine durante tutto l’anno e i tifoni di agosto e settembre mettono a dura prova le abitazioni, ricche di cicatrici. Sono abitate perlopiù da anziani, ancora lì forse anche per mancanza di alternative: vetusti come (all’apparenza) i muri che li ospitano. I nuovi condomini offrono muri resistenti e confort superiore, ma molti anziani resistono. Non si può giurare, però, che i loro eredi faranno altrettanto (l’agenzia immobiliare attende dietro l’angolo). La ruspa, ovvio, è all’opera nella capitale regionale e nelle città maggiori. Le isole minori dell’arcipelago, però, resistono. Lì la tradizione è più radicata, e si sa come gli isolani (di tutto il mondo) non siano noti per le smanie di cambiamento. Nella minuscola e fantastica Taketomi, per esempio, sembra non esserci una sola casa fuori scala, contaminata dal maledetto ‘futuro’. Se ci vuoi vivere ti devi sposare con qualcuno del luogo, altrimenti goditi i tuoi giorni di vacanza e poi torna da dove sei venuto. Alla mattina i locali spazzano le strade fatte di corallo sbriciolato e la costruzione di nuove case (né, tanto più, di casazze) è proibita, se non dopo vagli e controvagli della comunità locale, pochissimo portata ai cambiamenti.




Girovagare senza meta per le vie di Naha, andando a caccia delle vecchie abitazioni, è una vera gioia per l’anima e per gli occhi. Ma per quanto, ancora? Le vecchie case sono destinate a scomparire del tutto, se il governo locale non le tutelerà entro breve. Non esiste, infatti, una legge che protegga il panorama urbano civile che fu, se non per qualche caso eccezionale (come per la Nakamurake, un’antica abitazione a nord-est di Naha; appartenuta a un ricco imprenditore agricolo, è stata trasformata in una specie di museo ed è preservata dal governo). 


Prima e dopo.
Qual è meglio?



Stranieri che abbiano avuto la lungimiranza del business architettonico - restaurare queste vecchie case e trasformarle in guest-house boutique - ancora non se ne vedono. Al più, qualche locale non anziano ma con radici profonde nella tradizione le rimette a posto, curando in particolare il tetto. La maggior parte di queste abitazioni, però, ha un brutto destino, se qualcuno non interviene presto. Ogni anno i tifoni se ne portano via qualcuna, e l’età avanzata decima i longevi di Okinawa. Se il governo locale non ha gli occhi per vedere il tesoro che sta per perdere, forse è ora che qualche investitore gaijin, straniero, faccia un’opera di bene per un patrimonio che è di tutti.