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lunedì 15 luglio 2019

A CHE COSA CAZZO SERVE LA NATURA?



THANK YOU to (Okinawan?) fishermen for giving us such a beautiful gift to celebrate Marine Day (海の日 Umi no Hi, national holiday, tomorrow), following Wikipedia "a day of gratitude for the blessings of the oceans and for hoping for the prosperity of the maritime nation that is Japan"!
Today, while we four Italians were cleaning a beach in Itoman, picking up large amounts of garbage donated to the sea by assholes, found the corpse of a rare Green (Blue in Japan) Turtle, choked to death by some fisherman's net.

A big punch to the stomach would have hurt less.

Once again, it has been amazing how not a single person - large families with children wasting rivers of potable water 'for fun' at the fountain; a lazy couple sitting at the beach - didn't move a single finger to help us.

In two different moments a young father and a young mother, however, asked where we were from and thanked us. Already a small reward for us.

Happy Marine Day!, at this point whatever it means...







L’altro giorno, in auto con amici, riflettevamo sulla negatività dei miei post durante l’ultimo anno su questa fèsspagina. Dicevo: vorrei tanto tornare all’età dell’innocenza, quando tra un orrore (cemento) e l’altro (massacro quotidiano della natura), ogni tanto pubblicavo anche qualche storiella positiva, che trasmetteva l’idea di un’Okinawa bella e invitante. Sarò diventato troppo sensibile? Negativo? Oppure le cose stanno andando davvero a rotoli?
Se fossi un completo marchettaro, potrei dipingere l’arcipelago come un’oasi felice, attirarvi legioni di girolami vacanzieri e, ogni tanto, lucrarci sopra (come sanno ben fare colleghi sparsi per il Nippone). Fin dalla Prima Comunione, però, o almeno fino dalla prima foto di Salgado che ho potuto ammirare, il mio impulso si è sempre proiettato prima verso la verità, poi – eventualmente (bollette da pagare, avvocati da evitare) – verso la marchetta.
Uno dei capisaldi che mi spinse a finire in questo paese fu la formula matematica facilina: giapponesi diversi da cinesi. Più educati, con una lingua addirittura piacevole (quanto fastidiosa quella dei mangiacani) e con film per adulti più sofisticati. Più vegeto da queste parti, più questa formula, però, mi si sta sgretolando fra le mani.
L’altro giorno Marco-quello-buono, laureato in Spiagge & Bagnetti all’Università di Viareggio, ci ha trascinati in una spiaggetta delle sue. ‘Figata assoluta. Mare pulito, niente buzzurri. Solo una gringa ricca che si è costruita un villone a ridosso della spiaggia e che, da quando la gente ha iniziato a scoprirla grazie a Google Satellite Ficcanaso, ha cominciato a irritarsi e a minacciare sparatorie da soldata gèin’.
Il posto, in effetti, era molto bello. Acqua priva di assorbenti femminili usati galleggianti, niente maragli apparenti in giro, solo qualche stragista del mondo sottomarino armato di mute e fiocine, una costante del panorama balneare bokkinawense. Ciliegina sulla torta: un simpatico papero galleggiante non di plastica, quasi addomesticato, tutto solo nella baia a caccia di cibo.
‘Galleggia qui da gennaio’, ci ha detto Marco-quello-buono.
Gli abbiamo dato un po’ di croccantini da gatto, non avendo pane e nutella negli zainetti.
Poi è arrivata una famiglia di cini horribilis, ululanti, prole illimitata. Il cinno più repellente – grasso e pieno di energia spaccacazzi – ha subito caricato il papero, come gli ammazza-tori fanno nelle arene della sfiga. Il mio urlo da Polifemo è giunto dalle onde fra le quali facevo il bagnetto con un occhio ben aperto sul povero papero da difendere.


Il mostro in miniatura si è spaventato, l’essere che lo ha messo al mondo ha trascinato tutto in circo Zhou Enlai all’estremità più lontana della spiaggia, a distanza di sicurezza dai gaijini pericolosi.
Poi è toccato ai fiocinatori. Cinque tardo-adolescemi (vent'anni spesi malino a cranio) rientrati dalla battuta di caccia. Risaliti sul bagnasciuga, come hanno visto il papero che razzolava indisturbato si sono diretti ad accalappiarlo con l’elastico del fucile, un po’ come faceva John Wayne con i cavalli più imbizzarriti per marchiarli a fuoco.
Sono corso fuori dall’acqua e ho allontanato con una spinta il più leader del gruppo di cretini, quello con l’elastico pronto per impiccare.
Si è allontanato in silenzio senza reagire.
Dopo cinque minuti – l’idiozia è notoriamente recidiva -, il più grasso del mazzo ha caricato di nuovo il povero papero. E lì ho sbroccato.
‘No, idioti (baka, oroka), non lo toccate!’
Ho iniziato a guardarli direttamente in faccia, uno per uno, pronto ad appioppargli un maegeri kekomi sul pomo d’Adamo, come ai bei tempi di quando praticavo le arti marziane.
Ciccio-idiota si è scusato con una tripletta di sumimasen, gli altri hanno abbassato lo sguardo ma sono rimasti lì attorno.
Ho pregato gli dèi del Giappone affinché qualcuno provasse a sfiorarmi. Satoko da mesi è mentalmente preparata a portarmi le arance in gabbia, io sto facendo il conto alla rovescia (in questa terra di quotidiano massacro di Sora Natura è solo questione di tempo prima che io metta le mani addosso a qualche minus habens). Purtroppo nessuno lo ha fatto.
‘Rispettate gli animali, dio giapponese!’, ho cercato di spiegare ai decerebrati il perché delle mie scintille (gaijino pazzo, ovvio). Qui nessuno rispetta gli animali, esseri che disturbano il panorama circostante.
Il piccolo leader ha provato a spiegarmi, in proto-inglese, il perché della sua idiozia conclamata:
‘Il papero non ha proprietario’.
‘E allora?’
‘Allora voglio mangiarlo.”
Il mio sguardo inceneritore ha concluso il dialogo, seguito da un Ginooo chiama la poliziaaaaa. Gino, che è su questo pianeta ma spesso frequenta pure gli altri, in quel momento epico si stava cambiando le mutandine (Gino gira sempre con il cambio di mutande e di canottiere della salute, anche a Ferragosto), nascosto dietro uno scoglio a distanza di timpani.
In ogni caso i cinque ritardati, appena hanno sentito la parola polizia, hanno pronunciato un chiaro kaerimasu, annamosene. E così hanno fatto.
Ho preso platealmente loro la targa. Avevano l’adesivo dei principianti, dunque freschi di patente. Dall’aspetto idioti importati dalla mainland, ma avrebbero anche potuto essere indigeni (gli indigeni oggigiorno non sono più quelli di una volta).
Chissà se ieri, il giorno dopo questo approfondimento umano, i cinque imbecilli sono tornati a grigliare il papero in spiaggia. Bisogna che chieda a Marco-quello-buono di fare un passaggio investigativo in quella spiaggia per controllare se vi pulsa ancora qualcosa di vivo. E bisogna che qualche esperto in antropologia mi spieghi le vere, abissali differenze tra una formica mangiatutto cinese e una giapponese.



June 16th
Mini-full-Italian-gaijin beach clean up today at Top Secret Beach! Few but good girolami, today we collected a scary amount of nastiness donated to the poor sea by imbecile fishermen and thirsty assholes of half world. I found plastic bottles from Japan, China, Thailand, Malaysia and even Greece! Buoys and fishing nets a go-go.



Then, as we like symbolic but meaningful micro-actions, we returned a bag full of shells - picked up by tourists or sold as souvenirs by shops to retarded tourists - to the almost dead seabed (a year ago in the same place there where sea urchins, corals and shells, many fishes and other strange marine creatures; today: just few fishes). It has been an almost... religious moment.
At the same time we saw some fishermen killing poor fishes but no daring to bring a single piece of plastic waste away from the beach. In these moments I think that the apocalyptic scene depicted by the annoying movie "Idiocracy" is, day after day, nearer and nearer.
Today it has been just a 'pre-opening' of the serious clean up that we planned for the 7th of July at the same place. Still a mountain of garbage waits for us.


July 7th
Wonderful job today for a multi-national (Italy, Japan, U.S.A., Malaysia, Colombia) team at Top Secret Beach! Even under the rain, we collected a disgusting amount of nastiness - mostly plastic - brought by the sea currents (and dropped by the sea assholes, fishermen ichiban). We enjoyed the situation so much that next Sunday we'll repeat it near Itoman: everybody is welcome to join us.



Special thanks to our photographers, plastic bags providers and drivers - a particular thank you to my personal driver who, in spite of his advanced age - 84 years old -, drove us to the location. Ah, almost forgetting: also a special thank you to the old fisherman that refused to help us bringing away any piece of trash. Porco City the only possible future for this poor island?













mercoledì 24 luglio 2013

DUE O TRE COSE DI OKINAWA (CHE MI STANNO SUL CAZZO)



Non vorrei che i seguaci di ‘Un italiano a Okinawa’, leggendo le mie cronache dal fonte, pensassero che Okinawa sia il Paradiso in Terra (se così fosse rischierei di trovarmeli tutti qui, un giorno; e se uno scappa dall’Italia avrà pure i suoi sacrosanti motivi, no?). Vorrei dunque fare un breve elenco delle cose che non mi piacciono, qui. Quasi tutte, in qualche modo, legate all’eredità culturale dalla troppo vicina Cina (Taiwan, per essere precisi; la moderna Taiwan, però, è mediamente MOLTO più educata della madrepatria). Inciso: la prima volta che sono arrivato in Giappone, oltre due anni fa, l’ho fatto in aereo, sbarcando a Fukuoka. Provenivo da Shanghai. Avevo passato sette settimane vissute pericolosamente in Cina, trascorse a scansare gente che mi fumava in faccia, che mi prendeva a schiaffi a suon di alitate all’aglio in metropolitana, che mi tagliava sempre la fila (in ascensore, alla cassa dei negozi, entrando nel vagone della metro, alla reception dell’albergo, al check-in in aeroporto, dovunque), che cercava di piallarmi sull’asfalto mentre attraversavo una strada sulle strisce pedonali o mentre camminavo su un marciapiedi, che mi voleva dare da mangiare spezzatino di cane con contorno di gatto, che mi scaracchiava sulle scarpe, che mi urlava nelle orecchie anziché parlarmi, che deflagrava l’etere a me circostante parlando de li cazzi sua al telefono, che sbatteva le porte delle camere di fianco alla mia come se dovesse chiudere i portoni della Città Proibita all’arrivo dei maoisti. Maoisti che, nel costruire la Cina comunista, devo aver senz’altro considerato l’educazione di base tra gli umani una cosa per checche occidentali. Inutile, anzi, antiproduttiva (fa perdere tempo) nell’ottica della Crescita del Paese.




Arrivato a Fukuoka, viaggiavo a un metro d’altezza dal suolo. Nessuno mi urlava/ruttava/scoreggiava in faccia, le auto si fermavano ai semafori e davanti alle strisce pedonali. La metropolitana odorava di ossigeno, non di ortofrutta. I pedoni facevano la fila sul marciapiedi prima di attraversare la strada, nessuno mi spingeva sotto l’autobus. Il silenzio dominava. Ero in Paradiso. Ricordo che a un compagnuccio di ostello rilasciai una dichiarazione per me inedita: “Sono da quindici giorni in questo Paese e non sono ancora incappato in una rottura di cazzo. Forse sto sognando?”. Non mi era mai capitato prima, ero sorpreso di me stesso. Dovunque fossi andato, a partire dall’Italia, oggi in fondo una Cina in scala ridotta, c’era sempre stato qualche fattore di disturbo, concentratosi all’altezza dell’inguine, entro le prime 24 ore dal mio arrivo. Sono scosso, lo so, ma un quarto di secolo passato a viaggiare tra le scimmie oggi mi ha spinto verso una specie di nazismo condominiale, per cui non sopporto più la libertà degli altri, quando questa si trasforma in attentato terroristico alla mia quiete (by the way: io cerco SEMPRE di non stracciare l’anima agli altri). Che mi stia reincarnando in un leghista? Speriamo di no.


Dal generale al particolare, torniamo a Okinawa. L’arcipelago, dal resto dei giapponesi, è un po’ considerato la ‘Sicilia’ locale. Abitato da gente un po’ troppo rilassata, che arriva in ritardo, più rumorosetta e maraglia degli abitanti della ‘mainland’. In effetti ciò è vero, ma va rapportato alla media, rigidissima, del resto del Giappone. Per un abitante di Tokyo cinque minuti di ritardo sono un crimine sociale, per un bolognese non sono ritardo, per un abitante di Okinawa sono un secondo di ritardo. La rigidità della mainland, dunque, per fortuna rimane sulla mainland, anche se qui a Okinawa molti ‘nordisti’ importati fanno fatica, alla lunga, ad accettare la rilassatezza degli indigeni. Rilassatezza che amo, essendomi fatto le ossa in Brasile e non a Stokkarda. Rilassatezza che, però, quando sbraca, rompe l’anima. Tipo quella della famiglia che vive sotto di me. Sembrano giostrai di Enna. Figli: innumerevoli. Collezione di immondizie all’ingresso di casa. Un cane tenuto sempre alla catena e ricoperto da dermatiti. Ma, si sa, è il concetto stesso di ‘vicino’ (di casa) che andrebbe abolito dall’universo, al di là del numero di sacchi di immondizie che usa per decorare il proprio (e il mio) habitat.


Ok, ora non vorrei passare per l’ennesimo cristiano che si lamenta del vicinato buzzurro, dunque cerchiamo di essere più filosofi astratti, parlando di categorie (anonime, prive di facciazze e di indirizzi) umane scassacazzi qui a Okinawa. Il nemico numero uno, senz’altro, è il cinghio-facocero scatarratore. Da bravi eredi dei cinesi, nonostante le molte proclamazioni di superiorità, troppi uomini di Okinawa hanno le vie respiratorie intasate dal catarro. Sarà la vecchiaia, sarà l’aria di mare, oppure sarà l’indomita caratteristica dei giapponesi in generale che non usano i fazzoletti per soffiarsi naso e polmoni (è ritenuta una pratica incivile; tirare il muco su per il naso ogni tre secondi, con tutto il baccano che ne consegue, a volte corroborato da raschi e rimescolii di gola, invece, è nella norma), ma qui le scaracchiate sono deflagranti. 



Un mio vicino di casa (scusatemi, l’ho rifatto, dall’universale al particolare, non ho saputo resistere), credo pazzo - esce di casa solo di notte per fare la spesa -, si è beccato, indovinate da chi, il soprannome di Agu-san (agu è il saporitissimo maiale di Okinawa) grazie alla sua pratica costante delle pulizie in gola. Pulizie fatte purtroppo non solo a pasqua, ma quarto d’ora, con sonori echi dal suo bagno. Ogni mattina appena sveglio e prima di ogni pasto i sapori della mia colazione/pranzo/cena sono accompagnati dal suo sottofondo musicale che stimola un pieno apprezzamento del cibo. Da un po’ di tempo ho preso a imitarlo e fargli eco, ma temo che sia inutile. Il ritmo dei suoi scaracchi non è cambiato di una virgola.


Altra cinesata di importazione di cui avrei fatto volentieri a meno è quella del fumo di sigaretta sempre dovunque comunque. Lungo Kokusai-dōri (la strada dello shopping e dei turisti, qui a Naha) e in alcune vie limitrofe ogni tanto circolano, vigili e nazi, alcuni ‘controllori’ dei polmoni della collettività (specie di ronde padane/pensionati sbirri con un giubbottino giallo, pronti a cazziarti se osi fumare una sigaretta su quei marciapiedi). In molti ristoranti, soprattutto quelli economici e strapopolari, i clienti possono fumare tranquillamente, pratica che cozza di brutto contro il mio katsudon quotidiano. Questo andazzo, per fortuna, sta lentamente cambiando, e in molti ristoranti, soprattutto se fighetti e costosetti (quelli che non frequento mai, per carenza di mezzi), i barbari vengono spinti in strada a impestare la porta d’ingresso.


Ho smesso di bere superalcolici dalle feste dei sedici anni, non mi spingo mai più in là di un bicchiere di vino o di una birra, perché poi mi viene sonno. Dunque trovo incomprensibile il bere fino a dimenticarsi il nome della propria madre, prerogativa di molti uomini di Okinawa (e di tutto il Giappone). Ogni tanto all’uscita dei sakè-bar escono zombie barcollanti che non riescono a tornare a casa e finiscono a dormire sul primo mattone in cui inciampano. Occasionalmente qualcuno finisce sotto le ruote di un’auto (le uniche vittime a Naha), avendo scambiato l’asfalto per un materasso. Piaga non necessariamente di origine cinese.


Pure non solo cinese – anche molto giapponese e coreana -, è la pratica del rumoroso risucchio dei noodles – qui soba, udon, ramen – mentre si mangia. Potrò vivere in questo angolo del mondo per cent’anni, non riuscirò mai a farla mia. Anche di fronte a un piatto di soba rovente. È più forte di me, l’educazione che ho ricevuto dalle orsoline mi impone il silenzio mentre mastico, altrimenti ‘masticare’ sarebbe parlare/risucchiare/biascicare, e per me la lingua italiana e i suoi distinguo sono importanti. Quando vado in una succhiatoria di soba provo a far finta di niente, se la TV è accesa mi concentro su quello che trasmette il convento, facendo finta di non sentire le bocche da serva, anche se di veneri, che mi circondano.


E, per concludere questo manifesto anticinese (mi piace continuare la tradizione: quando sono passato dall’aeroporto di Pechino, un paio di mesi fa, ho scoperto che non solo Fèssbokk era inaccessibile, ma pure il mio blog Pietro Times, il quale contiene un paio di chicche sulle macellerie di cani - http://pietrotimes.blogspot.jp/2011/11/cina-cani-merenda.html - e sulla buona educazione cinese - http://pietrotimes.blogspot.jp/2011/10/cina-il-paese-gentile.html): in estate, se possibile, schivo Kokusai-dōri, per due motivi. Il primo è quello che segue la scuola del mio amico bolognese Andrea: “Non vado più in piazza Maggiore, c’è troppa figa. Poi ci sto male, meglio stare in periferia e non vedere”. Il secondo è che, in questo caldo periodo, la zona del turismo è invasa da urlatori cini. Non riesco ad arrivare a fine ramen, quando di fianco mi si è piazzata una famiglia cinese in vacanza. Mi si chiude lo stomaco e i noodles mi si bloccano dalle parti del pomo d’Adamo. Per tornare da quelle parti aspetto la fine di settembre, quando lo sciame è tornato a casina sua a masticare teste d’aglio.


P.S.: Quasi dimenticavo! Per essere obiettivi, e non apparire incarognito solo con i cinesi. Cha minchia ci fanno, qui, tutti ‘sti militari americani??