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martedì 28 ottobre 2014

OKINAWA, ISTRUZIONI PER L’USO


Spesso vengo contattato sulla Fèsspagina ‘Un italiano a Okinawa’, e qualche volta su questo blog, da girolami come me in fuga dal Bel Paese. Essendo il mio l’unico blog in italiano sull’arcipelago (ragazzi, quand’è che imparerete un po’ di ìnglisch?), qualcuno mi scambia per l’ufficio di collocamento/l’ente del turismo/l'agenzia meteorologica di Okinawa. Le richieste (S.O.S.) sono più o meno sempre le stesse:

1) LAVORO
2) ALLOGGI
3) INFORMAZIONI TURISTICHE ASSORTITE

Qualcuno mi chiede roba di nicchia (karate, dove stanare il sensei/dojo migliore; non lo sanno che ho smesso di praticarlo trent’anni fa?). Quella che più ha lasciato il segno è stata una sventurata girolama dalla quale mi devo ancora riprendere. Questa, più o meno, la sua richiesta:

“Ciao, sono XZY, in vacanza a Okinawa dal/al. Complimenti per il tuo blog. Ti vorrei chiedere un po’ di info. Arriverò il X/Z/Y e alloggerò a Okinawa City. Con quale autobus ci vado dall’aeroporto? Dove posso affittare a OC un motorino? Serve la patente? E poi, il giorno Y/Z/X, quando restituirò il motorino, quale autobus potrò prendere per tornare in aeroporto? Spiagge da consigliare? Grazie. Se poi mi viene in mente qualcos’altro che senz’altro ho dimenticato poi ti scrivo, ok? Ciao!”
Seguita da:
“Ciao, sono sempre XZY. Sono arrivata a OC, ma non mi piace un granché. La gente non parla l’inglese e non è molto ospitale. Consigli?”.

Come rispondere a cotanta sventura?
Innanzitutto XZY avrebbe dovuto sapere che ho un vero blocco mentale, mi si paralizza la lingua e tutto il resto, quando uno usa ‘info’ anziché ‘informazioni’ (per non parlare dei xkè, ke, nn ecc.). I motorini si noleggiano, non si affittano. Poi, se XZY avesse studiato un minimo prima di sbarcare su Marte, saprebbe che a Okinawa City, per i minorati ‘OC’, è invasa da rambi in libera uscita, e dunque – fatta eccezione per i parassiti che campano grazie ai $ dei militari americani – gli indigeni non amano particolarmente gli stranieri in quanto pensano che siano tutti rambi (o soldatesse gèin).


Premesso ciò, e per farla breve: perché DOVREI rispondere a tali questionari? Che cosa ho fatto per meritarmelo? Cos’è, siamo fratelli d’Italia e dunque la consulenza è dovuta? Se un giorno decido di andare a Viggiù/Lamezia Terme o in altri luoghi che mai ho visitato prima, stano un/a blogger indigeno/a e gli chiedo tutto su quelle amene località, lui/lei DEVE rispondermi?

 

Per essere chiari: ho dei blog su Okinawa (e su altro) perché mi servono a promuovere le mie attività, perché mi piace scrivere e perché mi piace condividere le mie opinioni con chi è in sintonia con me (gli altri possono tranquillamente andare a sintonizzarsi altrove). Non necessariamente per rispondere ai ? di mezza Italia in fuga. Alcuni – i più gentili e ben educati – li ho aiutati, altri – i più in-fila-allo-sportello – li ho gentilmente sfanculati.
Sono stanchino di questo genere di corrispondenza e di dover costantemente scrivere messaggi in cui mi chiamo fuori dalla sala degli interrogatori. Anch’io, quando sbarcai a Okinawa tre anni e mezzo fa, cercai un po’ di aiuto dall’unico girolamo qui trapiantato che stanai on-line. Fui ignorato. Ognuno fa le scelte che preferisce – emigrare o viaggiare, per quanto ne so, non viene prescritto dai medici, e dunque è giusto che ognuno sbatta le proprie corna, così impara al meglio. Non mi piace, però, passare per stronzetto. Per cui ecco un vademecum liofilizzato per i fratellə d’Italia che vogliono fare di Okinawa la loro nuova casa. Così d’ora in poi li dirotterò velocemente al link di questa pagina e potrò dedicarmi a cose migliori (accarezzare le mie gatte).




LAVORO
Siete alla canna del gas e vi siete fatti l’illusione che il Giappone sia rimasto agli anni Ottanta, quando si fatturavano valute pesanti solo a respirare? Regolate l’orologio. La cuccagna è finita. Soprattutto a Okinawa, la Basilicata del Giappone. Qui tutti i mercati – a parte quello della mafia del mattone – sono spompi e sottopagati. Un servo da McMerdo’s ‘guadagna’ circa 5 euro  l'ora (spaccia merda e, giustamente, viene trattato da merda). I salari qui sono circa il 60% di quelli della ‘Mainland’. Quindi se venite a Okinawa per arricchirvi è meglio che stiate a casina vostra e vi droghiate assai. 



Se venite qui perché amate Okinawa, allora avete le carte in regola per un nuovo futuro. Lavoro? In nero giammai. O avete il visto adeguato o nemmeno vostra madre giapponese vi darà un lavoretto. Se la farebbe addosso di venire scoperta e stangata. Il primissimo passo, dunque, è un visto. Ottenuto il quale potete iniziare a sbattervi, per esempio andando da Halowork, l’ufficio di collocamento; quello grosso a Naha sta a Shintoshin. Ma solo se parlate il giapponese, nessun impiegato parla l'inglese…



Sapete fare pappe pregiate e vorreste lavorare per qualcuno qui? Le cosine funzionano così: se siete fortunati incontrate un Cicciobello Buana con gli sghei che vi assolda. Per i primi mesi vi ricopre di danari, ma intanto mette al vostro fianco apprendisti indigeni che vi ciucciano il know-how (la vostra scienza, in parole più contadine). Tempo tre-quattro mesi gli indios hanno imparato a copiarvi, dunque C.B., adducendo scuse orribili (c'è la crisi, i cinesi non sono più quelli di una volta e non spendono più, sta per scoppiare la guerra), vi decima lo stipendio. A voi la scelta: continuare a lavorare schiavizzati o scappare? Se neuroni-dotati, ovvio, scappate. In attesa del prossimo C.B.

Sapete come insegnare le lingue del mondo? Spargendo la voce troverete students all'inizio motivatissimi. Soprattutto se nella fase di affrontare una lingua completamente nuova, partendo da zero. Voi fate le vostre brave lezioncine, vi applicate, istruite i vostri allievi regolando il livello in base al loro ritardo mentale. Prima o poi, però, parte di essi si rende conto che: studiare una lingua aliena son cazzi, non coriandoli. Che hobby è collezionare francobolli, non una preposizione articolata. Un bel giorno questi losers si fanno di nebbia, senza nemmeno sbattersi per mandarvi un messaggio di abbandono. Timidezza, consapevolezza di essere dei perdenti, più un pizzico di maleducazione, questi gli ingredienti per una fuga perfetta, alla giapponese.

VISTI
Se siete stati ingaggiati da un’azienda il problema non sussiste: sarà lei a sudare per farvi ottenere un visto di lavoro. Altrimenti potete sognarvi che il proprietario di una piccola attività faccia da garante e $pon$or per farvi ottenere un visto di lavoro.

Se avete copechi seri da investire non sarà impossibile ottenere un visto per business. Visto che frequentate i circoli alti, contattate il consolato giapponese che vi dirà come e chi arricchire per ottenere la stella da sceriffo.

Sposatevi, è la cosa più semplice (se vi sposate bene; se vi sposate male...). Poi potrete lavorare a tempo pieno. Se guadagnerete poco come me vi rinnoveranno (non automaticamente: ogni volta è un’avventura) lo spouse visa di anno in anno. Se guadagnate bene – magari lavorate in una scuola pubblica – prima o poi vi daranno quello da tre anni, che vi permetterà un po’ di relax e piani più a lungo termine. Dopo 5 anni di permanenza in Giappone le cose dovrebbero essere più facili. Se non avete fatto casini in giro, poi, rischiate pure di beccarvi un visto permanente.

Se studiate il giapponese la cosa è piuttosto semplice. Stanate una scuola privata, pagate la retta (mai economicissima) e loro vi faranno tutte le scartoffie. Di solito otterrete un visto di studio-lavoro valido un anno. Questo vi permetterà di lavorare part-time (c’è un tetto massimo di ore per settimana). Dopo un anno qua dovreste avere le idee chiare su che cosa fare di voi stessi: continuare (sposarvi?) o scappare. Questo tipo di visto viene ampiamente sfruttato da nepalesi e vietnamiti, più da altri asiatici assortiti, in fuga dalle miserie di casa loro. Le scuolette private ci lucrano abbondantemente sopra e se venite qui per studiare DAVVERO il giapponese la convivenza con il terzo mondo in aula sarà molto dura.

Potete anche ottenere un visto da karateka. Se non avete l’ernia al disco e la pancetta come me, trovate un dojo/sensei di fiducia. Magari venite a Okinawa una prima volta come turisti (90 giorni al massimo), poi ottenuto il contatto giusto potrete organizzare una permanenza più lunga e atletica. Visto culturale, di solito dura un anno ma non vi permette di lavorare.


Qua e là circola pure il visto 'culturale' per la calligrafia giapponese o la cerimonia del tè. Anche questo visto, di solito, non vi permetterà di lavorare, ma potrete rimanere in circolazione per un anno. C’è, infine, un visto da ‘artista’ (scusatemi la bestemmia), ma se lo volete dovete provare che tutto il popò di arte che producete basta a $o$tenervi mentre vivete qua. Se ci riuscite verrò da voi a congratularmi di persona.
  


Esempiuccio di ammaliante arte indigena

ALLOGGI
Gli affitti più bassi per appartamenti li potete ottenere solo se felicemente accasati. Da gaijin singoli e randagi, magari pure giapponese-privi, sarebbe una missione impossibile. Se, però, avete una moglie/marito giapponese le cose sono facili. Trascinatela/o nel primo covo di squali (agenzia immobiliare) che trovate, i loro galoppini saranno felici$$imi di sbattersi per trovare il nido dei vostri sogni. Trovatolo, aspettatevi una stangata pari a 2-3 mensilità a fondo perduto per iniziare l’avventura. Gli squali lo chiamano ‘fondo per le pulizie’, ma in realtà bisognerebbe aggiungere ‘del vostro portafogli’. Un po’ di pulizie verranno fatte quando smammerete, ma mai così tante da raggiungere quella spesa. Inoltre, se avete animali a traino (‘petto’: cani e/o gatti) vedrete ridotte all’1% le probabilità di trovare un appartamento. In Giappone gli animali domestici sono perlopiù considerati leoni della savana, molto pericolosi per le proprietà di Sua Maestà il Sacro Proprietario.

Se non avete i requisiti (mogli, mariti) per aspirare a un appartamento normale in affitto, ma se in tasca avete gli sghei, affittate (non noleggiate) un appartamento in una mansion per turisti, un condominio a tassametro. Il lusso è solo dato dal fatto che costa quasi il doppio di uno normale, ma dentro di solito non ha nulla di migliore rispetto a una tana qualsiasi. Le mansion per turisti sono fatte a uso e consumo dei visitatori temporanei e dei giapponesi della Mainland a lungo termine. La più economica che conosco è InLink (stanatela on-line), a Tsugi, in piena zona di soapland. Il loro ufficio è un po' fiscaletto e rompicazzi, però se siete squattrinati è la migliore opzione di Naha.


Ultima spiaggia (dopo un costoso hotel): un ostello, ma solo se siete giovani dentro. Letti a castello, rutti e scoregge dell’inquilino del letto di sopra/sotto, bagni e cacche comuni, brutta gente che fa le valige alle 3 del mattino, ggiovani di ritorno dalla disco con un alito da Superciuk. Ma, se vi va bene, pure un certo quantitativo di gnocca randagia, festicciole, du’ spaghetti per tutti. 
  
 


TRASPORTI
Oggi Okinawa è collegata al resto del Giappone da diverse compagnie aeree low-cost (Peach, Jet Star, Vanilla, ecc.). Alcune sono collegate anche a Taiwan, alla Cina, a Singapore, Hong Kong e Bangkok. Sempre più cini arrivano da queste parti, ahimè.

Arrivati all’aeroporto, se siete diretti in centro a Naha prendete l’ottimo monorail. Il capolinea opposto è a Urasoe, a nord di Naha.


taxi partono dai 550 yen in su e a volte possono essere convenienti. La portiera si apre su comando dell'autista, non forzatela.


Solo se dotati di una patente internazionale noleggiate un'auto (più economica se on-line e nei giorni feriali), oppure noleggiate i miei servigi e vi porto a spasso io, in cambio OVVIAMENTE di un adeguato compenso. Anche perché passare dalla guida italiana a quella giapponese (sulla sinistra, cambio automatico) non è per tutti.

Gli autobus pubblici sono solo per chi parla giapponese. Zero o quasi cartelli in inglese, autisti anglo-privi. Li riuscirete a usare solo dopo parecchio tempo passato qui. Anche se la gente locale si lamenta del loro costante ritardo, rispetto a quelli italiani sono fantascienza buona. La prima volta che ne prenderete uno (e lo avrete paragonato al volo a quello sotto casa in Italia) vi sentirete coccolati e avrete il sorriso stampato sulla faccia ben oltre la fermata di arrivo.



Se vivete in città compratevi una bicicletta (un centinaio d’euro?): non impesterete i polmoni del mondo e brucerete un po’ di adipe. Le poche agenzie che noleggiano bici, fra cui anche quelle nuove fiammanti elettriche, lo fanno a caro prezzo (1800 yen per una giornata con riconsegna alle 18:30). I motorini a nolo sono una rarità pressoché irreperibile e i noleggiatori richiedono la patente internazionale. I marciapiedi hanno piste ciclabili, anche se il codice della strada imporrebbe di pedalare in strada (i ciclisti giapponesi se la fanno addosso e vanno sul marciapiedi). Fate attenzione alle auto che escono dai parcheggi: chi le guida non guarda MAI alla propria sinistra. E, troppo spesso, una dama in strada alla vostra destra mette la freccia a sinistra e, sbattendosene del vostro arrivo, vi taglia la strada a 90°. Non vendo né noleggio pistole, ma qui le mazze da baseball costano poco.

 


INFORMAZIONI TURISTICHE
Cercatele on-line, eccheccazzo.
Per quelle istituzionali c'è un efficiente ufficio a Naha, alla base del Tenbusu Building (Kokusai-dōri, vicino a McMerdo’s). Qualche impiegato parla inglese, mappe gratuite e informazioni anche sul resto dell’arcipelago. Schivate il famoso acquario nel nord dell’isola maggiore: non volete contribuire alla strage di delfini che ogni anno, in un bagno di sangue, si ripete nella maledetta Taiji, VERO???

OK, per oggi ho dato. Spero di aver risolto tutti ma proprio tutti i vostri ? su Okinawa. 



Esempiuccio di efficiente segnaletica internazionala

venerdì 5 luglio 2013

IL CONCETTO DI DOREII



Non solo durante le mie faticose lezioni di Nihon-go, ma anche nella vita quotidiana, di recente ho imparato la parola giapponese doreiì: ‘schiavo’. Diversi lettori di questo blog, perlopiù italiani in fuga dal benessere (economico, sociale) del Bel Paese approdati in Giappone, a volte a traino di una seconda metà indigena, mi stanno contattando per avere informazioni sulla situazione del lavoro a Okinawa. Non amo scoraggiare il prossimo, ma la dura realtà è che qui, in media, i salari sono poco più della metà di quelli di Tokyo. La qualità della vita, però, è – a mio univoco parere – molto più elevata (a meno che a Tokyo non siate un boss della Yakuza: allora le cosine, almeno finché qualche picciotto di una cosca nemica non vi avrà reciso il pomo d’Adamo a katanate, vi andranno benino). Un cameriere a Okinawa, di solito, è doreizzato alla tariffa di 700 yen (5,4 euro al cambio di un minuto fa) all’ora. Da quando l’euro è entrato a far parte della nostra vita e a seminare terrore, ho sempre ritenuto ignobile lavorare – per qualsiasi tipo di sgobbo e a qualsiasi latitudine dell’universo – per meno di 10 euro l’ora. Meno = sfruttamento, per me (per la cronaca: non sono figlio di papà, non ho capitali nascosti da nessuna parte, pensioni, risparmi, salvadanai).
  

Qualche tempo fa un intrallazzatore vicino di casa mi ha proposto l’Affare della Vita: chef italicus, per un facoltoso uomo d’affari che ha intenzione di aprire un ristorante a settembre. Li ho invitati entrambi al mio workshop di cucina italiana che ho tenuto qualche giorno fa (http://unitalianoaokinawa.blogspot.jp/2013/06/allora-ieri-e-andata-cosi.html), dove si sono abboffati senza ritegno, a mio ingenuo parere un segnale di apprezzamento della sbobba. Qualche giorno dopo ci siamo incontrati di nuovo in un izakaya per approfondire la situèscion. L’uomo ‘d’affari’ è arrivato con un’ora di ritardo, ma non mi sono offeso (anche se in Giappone è un reato prossimo all’omicidio): in quei sessanta minuti ho spazzolato tutto quello che la cameriera ha portato, e si trattava di roba serissima. L’uomo d’affari, tra una sigaretta e l’altra, ha buttato giù la sua idea: un locale dove fare musica e bere, con cucina italiana. Frequentato perlopiù da facoltosi pensionati, nel quartiere di Shintoshi. Vieni a vedere il locale? Ha una grande cucina. Dopo due giorni sono corso a vedere.


La cucina, in effetti, era una piccola figata. Con i fuochi grossi, come piacciono a me. La musicalità del luogo, anziché incentrata su spettacoli dal vivo (come avevo ottusamente capito), verrà dall’ascolto del miliardo di vinili (un’intera parete) che il tipo colleziona. Perlopiù jazz e rock, roba mediamente per orecchie pulite e non da contadini (niente vaschirossi né brùssprinstiin, per intenderci). L’uomo affari, da buon bricoleur, sta rimettendo a posto il locale con le proprie manine, e bisogna ammetterlo: anche se fuma come un tabaccaio, con la cazzuola ci sa fare. Ho ficcanasato tra le stanze, con aria e commenti di approvazione. Dalle chiacchiere con il boss - ‘Magari potremmo fare un menù italiano usando la goya (http://unitalianoaokinawa.blogspot.jp/2013/04/e-verde-ma-non-e-uno-zucchino.html) e il gurukun (pesce di Okinawa)…’; ‘Sai fare il poisson?’ - ho capito che il locale, più che un vero ristorante italiano per gente che sa che cosa si infila in bocca, sarebbe stato un mini-club con menù al profumo d’Italia per amici pensionati alcolisti, in cui il proprietario avrebbe fatto sfoggio di ricchezza, conoscenza internèscional e collezione di dischi. Che ci faccio qui®?


Quando la moglie del capo è arrivata e ci ha portato qualcosa da bere (aria da cane bastonato, a fatica ha risposto al mio konnichiwa; mi sa che a casa ha una vitina da dorei), abbiamo iniziato a tirare le somme. ‘Tra un paio di settimane vorrei fare una festicciola per una dozzina di persone per inaugurare il locale, te la senti di cucinare?’, mi ha chiesto. Al mio sì è seguito un menù ideato per l’occasione, roba con la quale ho fatto leccare i baffi ai marziani di svariati pianeti, a prova di bocche ignoranti e sopraffine. ‘Quanto per il disturbo (la giornata di lavoro)?’, ho chiesto al boss. ‘Mmmm… prima voglio vedere se quello che cucini è buono’, mi ha detto. Ma come - mi sono chiesto -, non c’eravate, tu, la tua boccuccia e il tuo stomaco, al mio workshop? Non eravate voi quelli che masticavano come bidoni aspiratutto? Fratelli gemelli? Sentendo puzza di arrosto bruciato, ho ampliato la mia domanda. ‘Mi scusi, e per lavorare qui da settembre in poi, come chef, quale sarebbe il mio compenso?’ ‘900 yen l’ora’. La paga di un cameriere, in pratica. Ho finito la bibita della moglie, ho ringraziato, salutato e inforcato l’uscita. L’uomo ‘d’affari’ ha avuto il coraggio di dire, mentre infilavo di corsa la porta, ‘Rimaniamo tomodachi (amici), eh?’. Non so perché, ma in quell’istante mi è venuto in mente il maledetto Mario de Filippi. Assieme a un bel vaffanculo, ça va sans dire.