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domenica 2 febbraio 2014

MI SONO QUASI LAUREATO


Gran bella festicciola, ieri al Japan Institute of Culture & Economics, la scuola dove per un po’ ho studiato giapponese. I suoi corsi gratuiti per stranieri residenti in Giappone erano iniziati lo scorso agosto e sono continuati fino a dicembre. Io ero partito in quarta per spezzare le reni all’ostico Nihon-go, ma alla fine di ottobre, quando ho iniziato a lavorare cinque giorni su sette alla scuola elementare, ho dovuto abbandonare la Mission: dopo lo sgobbo ero (e sono) distrutto, zero energie o neuroni residui da dedicare ad altro. Però, tenendoci alla mia posizioncina in società, non mi sono perso un loro party che fosse uno. Occasione ghiotta per conoscere gente randagia come me di mezzo mondo, oltre ad approfondire l’amicizia con alcune sensei di enorme gentilezza e sensibilità. Prima fra tutti la SuperSensei Sesoko-san, ideatrice e conduttrice suprema del corso. Ma anche l’amica Rumiko-san-chan, giovane maestra dalla pazienza inesauribile (soprattutto con me), e molte altre, tutte brave e volontarie (non retribuite per lo sbatti).
  

  
Per l’occasione ho preparato una cofana di penne alle melanzane e rispolverato il tricolore con lo stemma delle Repubbliche Marinare, scovato oltre un anno fa in un negozio pulcioso di roba usata sotto casa. Non che io vada matto per le bandiere, ma ieri si è rivelato quasi necessario, essendo il party una specie di edizione emigrante di Giochi senza Frontiere (per fortuna non c’era Milly Carlucci). Appena sono arrivato abbiano tolto da un pennone la bandiera sudcoreana (non c’erano coreani a protestare, e poi ho brutti ricordi sui campi di calcio) e l’abbiamo sostituta. Le mie penne sono finite in diciassette vasetti di carta, altrettante porzioni da vendere a 100 yen l’una. L’incasso è andato alla scuola per coprire le spese, ma i cuochi come me hanno ricevuto tagliandi per 1000 yen da spendere, quindi tutti hanno masticato felici e contenti. Sul tavolo delle pappe c’era di tutto: curry indiano e strana roba birmana, una tortona salata di patate e pollo peruviana e inquietanti uova tsaaietan di Taiwan, ravioli nepalesi e cinesi cotti al vapore, ottimo stew dell’amico inglese Jon e involtini primavera filippini. E molto altro. Non vorrei fare lo sborone, quella di ieri non era la sede per fare la ruota da pavone, ma… le mie penne sono state le prime a finire. Ne ho approfittato per farmi un po’ di pubblicità per il workshop di sbobbe nostrane che ho tenuto oggi (ho pure raccattato una client essa, evvai).


 

All’appello c’era mezzo mondo: Argentina e Perù, India e Filippine, Myanmar e Taiwan, Cina e Messico. La Comunità Europea era rappresentata solo dal sottoscritto – unico girolamo fra i presenti – e dall’inglese Jon. Purtroppo mancava Vera, amica belga che fa cioccolata con lo yogurt buona da lacrimare (il reparto dolci ieri, basato solo su uno sbobbone filippino a base di cocco e mochi, si è rivelato deboluccio). Tutti hanno masticato come benne e io ho augurato buon appetito, in italiano, agli acquirenti delle mie penne. Su una lavagna abbiamo scritto qualche frase nelle nostre lingue, traducendola per gli ascoltatori. Poi alcuni si sono fatti scrivere il proprio nome con i caratteri ‘strani’, come quelli indiani. Qualcuno c’è rimasto male quando ha ‘scoperto’ che in Italia usiamo i caratteri romani, non abbastanza esotici…

 



La peruviana Carmen ha interpretato ben tre balli tradizionali scosciati del suo Paese, poi abbiamo fatto un giochino abbastanza divertente. Ognuno di noi ha posto due domande (io nel mio giapponese zoppicante) a cui bisognava rispondere sì o no. Le mie sono state: 1) la pizza più consumata in Italia si chiama Mafia; 2) il nome del papa è Berlusconi. In entrambi i casi il popolo ha saggiamente scelto il NO, ma un paio di filippine, tanto per amore del bastian contrario, hanno optato per il YES. Qualche partecipante puntiglioso poi mi ha chiesto quali fossero le vere risposte, e lì è uscito l’italiano che-ha-tagliato-i-ponti che è in me. Sono riuscito a rispondere margherita solo grazie al suggerimento di un’amica argentina. E sono riuscito a rispondere Francisco, in arte Francesco, solo grazie al suggerimento di un’amica indovinate di dove.

 



Fra i gadget di mezzo mondo esposti nella scuola, oltre a una bella befana, tra i libri per bambini ho scovato un bellissimo mini-libro intitolato Volpina va al mare. La storia non è esattamente Anna Karenina, ma l’ho letto in italiano a una bimba di due-tre anni e, dopo traduzione mia e della sua mamma, lo ha trovato molto divertente. 



Qua e là ho incontrato diversi amici, e ne ho conosciuti di nuovi. La festicciola si è conclusa con una breve e commossa cerimonia di consegna dei certificati di frequenza agli studenti. Sono rimasto davvero sorpreso quando è stato fatto il mio nome. Da quando ho dovuto abbandonare il corso mi sono sentito in colpa, considerandomi il peggiore studente del mazzo. Però i sensei sono molto gentili e dotati di infinita pazienza nei confronti degli alieni, per cui hanno stampato e plastificato pure per me un bel certificato in cui è riportata nero su bianco la bugia secondo la quale avrei frequentato le SESSANTA ore del corso. Mi sa che ne ho frequentate solo sei, ma se in futuro mi dovesse servire per rinnovare il visto e qualche ufficiale particolarmente scrupoloso dell’Immigrazione dovesse venirmi a sindacare questo dettaglio gli dirò (proverò a dirgli) che lo zero in più è un errore di battitura, io non c’entro, eccheccazzo.

 



Verso le tre del pomeriggio tutto si è concluso - una foto a un'amica filippina con un certo buon gusto per la fèscion e via -, poi sono emigrato con Tomomi e Noriko a un’altra festa (dal mio amico americano Steve, per conoscere suo figlio di passaggio da Okinawa e per l’ennesima overdose di formaggi buonissimi fatti dall’inglese John; chiacchiere alcoliche a seguire sul cinema italiano del Dopoguerra, non male). Poi Denis ci è venuti a recuperare, mi ha portato ottimo pecorino dall’Italia, mentre sua moglie Tomoko è riuscita a prendermi una caraffa di Nutella canadese tramite un aumma-aumma dei suoi in una base militare gringa. Io in cambio ho dato loro un ombrello forse giapponese stanato nel mio negozio preferito di ciarpame usato al mercato Sakaemachi. A Denis questi ombrelli piacciono molto, io marcio più a formaggi e a nutelle. MA QUESTA È UN’ALTRA STORIA. Quello che volevo dire, in realtà, era: ARIGATISSIMO Sesoko+Rumiko+tutte le altre sensei. La vostra presenza e il vostro aiuto, anche se il mio giapponese è ancora allo stadio di quello di un bebè di quindici giorni, ha illuminato la mia vita a Okinawa. A buon rendere!
  
 


martedì 10 settembre 2013

NATURAL EIGO KILLERS


Sono il primo a ricordar(me)lo, studiare il Nihongo (giapponese) non è per tutti i neuroni, a partire dai miei. E, lo capisco benissimo, per i giapponesi l’Eigo (inglese) è altrettanto ostico. Come noi gaijin partiamo dai caratteri romani e dobbiamo annodare il cervello prima sui ‘semplici’ Kana (Hiragana e Katakana), per poi distruggerlo definitivamente sui Kanji di origine cinese, i giapponesi si sfracellano il loro sui caratteri romani. Articoli e preposizioni sono incubi bruttissimi. La lotta è biunivoca, nessuno vince nessuno perde (ci si fa solo molto dolore). 


Premesso ciò: che cosa gli ha fatto di male l’inglese ai giapponesi, per ridurlo così? Soprattutto se lo usano per l’insegna di un negozio o ristorante, per un menù di piatti stranieri o per qualche americanata di importazione? Soprattuttissimo nei tempi di internet, quando con un semplice click si può verificare come diamine si scrive la tal parola/frase? La strage è quotidiana, la mia ricerca insaziabile. I caduti in prima linea, di solito, appartengono a due categorie:





1) Il close (vicino) anziché closed (chiuso); ogni volta che ne vedo uno mi ricorda un amico di Bologna un cui compagnuccio di banco ogni giorno, stanco della lezione, usava chiedergli: “Stìv, ma quanto suona la campana?” (a Bulàgna un classico errore grammaticale derivato dal dialetto è l’uso del quanto al posto del quando), cui Stìv immancabilmente rispondeva “Mah, una decina di secondi?”.





2) Tutte le parole con la R e la V, cinque volte su dieci confuse rispettivamente con la L e la B (problemuccio anche cinese, visto che entrambi i popoli non le possiedono e si annodano la lingua per pronunciarle).








L'inglese, nelle scuole giapponesi, viene perlopiù insegnato da schifo, attraverso test scritti meccanici, zero conversazione e professori che non lo conoscono. Nulla di cui stupirsi, dunque. Qui di seguito la mia piccola collezione, per i vostri occhietti. Spero di poter continuare ad aggiungervi perle, spesso e volentieri.

 















I am the first one to remember that, studying Nihon-go (Japanese language) is not for every neuron, starting from mine. Also, I understand perfectly, for Japanese people Eigo (English language) is likely hard. As well as we gaijin start from Roman characters and make knobs with our brains first studying ‘simple’ Kana (Hiragana and Katakana), then killing them forever on the Kanji from Chinese, Japanese people destroy theirs on Roman characters. The fight in on both sides, no one wins no one loses (we both get only a lot of pain). 





Granted that, what crime made the poor English language, to be treated like that by Japanese people? Most of all if used for a shop o restaurant sign, for a menu with international dishes or for some Americanized stuff? Most, most of all in the internet era, when it’s possible to check a word/sentence with a very simple click? It’s a daily massacre, and my research in this field insatiable. The fallen along the firing line, generally, belong to two families:

1st) The close in place of closed.
















2nd) All the words that have an R or a V, five times on ten confused respectively with L and B (a little pain in the ass also for Chinese people, as both of them don’t have these letters and need to tie their tongues to pronounce them).






 


























In Japanese schools many times English is badly teached through mechanical written tests, no conversation, by teachers that don't know it. No wonder...
Here is my personal collection, for your cute eyes. I hope to continue adding further pearls, often and gladly.