lunedì 24 giugno 2013

IL GIORNO DELLA MEMORIA - THE MEMORIAL DAY



Ieri, 23 giugno, nel Sud dell'isola maggiore dell’arcipelago, si sono commemorate le migliaia di persone morte - in gran parte suicidatesi - in occasione dell’invasione degli americani durante la Seconda guerra mondiale. Le varie cerimonie sono state davvero toccanti e si sono svolte in più punti attorno alla città di Itoman. La più importante e ‘ufficiale’ (vi ha parlato il primo ministro, tra una folla di uomini della sicurezza), si è tenuta al Peace Memorial. Dalle scogliere alla base del Memoriale, saputo dell’arrivo delle truppe americane, nel 1945 molte persone si immolarono gettandosi sulle rocce della costa. Tra i civili in fuga si sparse la voce che gli americani li avrebbero uccisi e stuprati, dunque molti di essi preferirono trovare la morte con le proprie mani. Ogni anno vengono scoperte le ossa di qualche sventurato: quelle di oltre sessanta persone solo nell’ultimo anno. Durante un mezzogiorno di fuoco – la temperatura era buona per la frittura -, ieri si è osservato un minuto di silenzio. Nel cimitero del memoriale moltissime persone hanno reso omaggio ai defunti, in puro Shimi-style (http://unitalianoaokinawa.blogspot.jp/2013/03/il-ritorno-al-ventre.html), depositando fiori e un’infinità di ‘beni di conforto’ (cibi, incensi, bevande, sigarette) per le anime dei defunti. Alla cerimonia sono confluiti un po’ tutti, dai nazionalisti per i quali la guerra è stata una cosa santa ai bonzi scintoisti, dagli antiamericanisti convinti (chi vuole i soldati a stelle e strisce fuori da Okinawa) a qualche rambo locale filoamericano. Durante la cerimonia c’era perfino una rappresentanza di soldati gringhi in divisa.






















MACCHINA AUTOMATICA PER CERCARE IL NOME DELLA PERSONA SEPOLTA AL CIMITERO DEL PEACE MEMORIAL 

AUTOMATIC MACHINE TO FIND THE NAME OF THE DECEASED PERSON AT THE PEACE MEMORIAL'S CEMETERY

Yesterday, June 23rd, in the Southern part of the major island of Okinawa’s archipelago, several ceremonies have been held to commemorate the thousands of people that died - mostly killing themselves - during the invasion of Americans troops in WW2. The ceremonies, mostly around Itoman, have been really touching. The most important and ‘official’ one – Prime Minister Abe spoke, surrounded by a multitude of security men -, has been held at the Peace Memorial. In 1945, from the cliffs at the bottom of the Memorial, known about the American troops arrival, many people committed suicide jumping on the rocks. Between the civilians on run, spread out the voice of the Americans killing or raping them, so many decided to find the death with their own hands. Every year ‘new’ bones are found: skeletons of over sixty people only during the last year. Yesterday, at a burning noon – the temperature was good for frying -, a minute of silence have been observed. In the Memorial cemetery many people paid their homage to the dead, in pure Shimi-style (http://unitalianoaokinawa.blogspot.jp/2013/03/il-ritorno-al-ventre.html), leaving flowers and a lot of other ‘comfort’ gifts for the souls of the dead (food, incense, drinks, cigarettes). Almost every kind of person participated to the ceremony, from local nationalists that until today consider war a cool thing to Shinto monks, from anti-Americans (that want U.S. troops out of Okinawa) to some local Rambo that loves Americans. At the ceremony there was even some gringo soldier in uniform…



Una seconda cerimonia si è tenuta presso Himeyuri, una località tristemente nota per l’eccidio delle studentesse che furono obbligate a servire da infermiere ai soldati giapponesi durante lo sbarco americano. Professori e studentesse, asserragliatisi in cave-ospedale sotterranee, vi trovarono la morte. Il memoriale locale ricorda tutte le persone che vi morirono, anche con l’aiuto di video in cui i pochi superstiti parlano dell’eccidio.










A second ceremony has been held at Himeyuri, a place sadly famous for the massacre of young student girls obliged to serve as nurses for the Japanese injured soldiers during the American troops invasion. Teachers and students, hidden in underground caves-hospitals, died there. The local Memorial remembers all the people that died there, also with some recorded interviews to the few survivors.



Un’altra cerimonia che ha visto una folta partecipazione si è tenuta presso il tumulo di Konpaku, nella zona di Mabuni. Lì c’è una tomba comune delle vittime che, all’arrivo degli americani, si trovarono circondate: truppe nemiche da un lato, mare dall’altro, bombe dal cielo. Ieri il tumulo è stato letteralmente ricoperto di offerte per i morti: interi pasti, scatole bento, sushi, frutta, sakè, dolcetti, caramelle, fiori, origami – molti con simboli cristiani -, sata andagi (frittelle tradizionali di Okinawa), mochi, lecca-lecca, tè, sigarette, incensi, monete, tempura, onigiri e molto, molto altro.Alternate da qualche intermezzo musicale, diverse persone hanno parlato: da chi si batte contro la costruzione di eliporti nella foresta di Yambaru (http://unitalianoaokinawa.blogspot.jp/2013/02/la-questione-americana.html) a chi da oltre dieci anni cerca di impedire la distruzione dell’ecosistema della baia di Henoko (anch’essa fagocitata da una base americana), da chi lotta per il mantenimento dell’articolo 9 della Costituzione giapponese (che impedisce il ricorso alle armi; il primo ministro Abe, nonostante le chiacchiere ufficiali a commemorazioni come questa, sta cercando di abolirlo e di riportare il Giappone alle armi) a chi ha semplicemente ricordato le vittime. Una giornata intensa e toccante, quella di ieri, a Okinawa.

 








































Another ceremony that saw many participants has been held at the Konpaku sepolture, in the Mabuni area. There’s a common grave of the victims that, at the arrival of the American troops, found themselves surrounded: enemy soldiers on one side, the sea on the other one, bombs dropping from the sky. Yesterday the sepolture has been completely covered with every kind of offering to the dead: full meals, bento boxes, sushi, fruit, sake, sweets, candies, flowers, origami – many of them with Christian symbols -, sata andagi (Okinawan traditional fried sweets), mocha, lollipops, tea, incense, coins, tempura, onigiri and much, much more. Between a music show and another, several people spoke: from who is fighting against the building of new heliports in Yambaru forest (http://unitalianoaokinawa.blogspot.jp/2013/02/la-questione-americana.html) to who is trying – since more than ten years – to avoid the destruction of the precious environment of Henoko Bay (another one swallowed by and American base); from who wants to maintain the Article 9 of the Japanese Constitution (against the use of weapons; Prime Minister Abe, even if giving speeches at ceremonies like yesterday’s one, is trying to cancel that article and bring back Japan to use weapons) to who simply remembered the victims. An intense and touching day, yesterday, in Okinawa.



martedì 18 giugno 2013

ALLORA, IERI È ANDATA COSÌ




Dopo aver speso circa 120 euro in pappe pregiate (pasta De Cecco e di Gragnano, olio d’oliva fatto con le olive, concentrato di pomodoro Mutti sempre-sia-laudato, olive e pomodori secchi e uvetta turchi, passata di pomodoro e pelati veraci, aceto balsamico e Lambrusco di Mùdna, parmigiano Zanetti e Gorgonzola non-ricordo-l’autore, questo e MOLTO altro) da Kaldi, il mio pusher di fiducia (una catena di negozi specializzata in caffè, ma che ha un bel magazzino di cibi seri importati; e poi all’ingresso una graziosa fanciulla mi offre sempre il caffè), ieri all’ora del tè sono sbarcato carico come babbo natale al Wakasa Kouminkan di Naha (Okinawa), un edificio che affitta aule attrezzante un tanto all’ora. Per i workshop di pappe hanno uno stanzone che sembra la cucina di un ospedale, ma che funziona benissimo. Otto fuochi, un po’ di lavandini, tavoloni a rotelle, decine di sediolini, una credenza stipata di ogni tipo di stoviglia (a parte la terracotta, ahiahiahi), una lavagna, uno specchio da sala operatoria sul soffitto. 


RIFLETTENDO SULLA MISSION, CON GREMBIULINO IMPRESTATO 
(APPENA LO TROVO NE COMPRO UNO UGUALE)

La truppa (35 persone) era così assortita: stragrande maggioranza giapponese (un mix di gente di Okinawa e di importati dalla mainland, bacino di provenienza: la scuoletta in cui, con estrema fatica, sto cercando di imparare il giapponese), quattro peruviani, una boliviana, due argentini, uno spagnolo, una mia moglie, due giovani nepalesi, una cinese+figlioletta, un’indonesiana e un americano. Ho dato loro qualche informazione di base sugli ingredienti e dove reperirli a Naha (qualcuno deve avere senz’altro pensato che Kaldi mi dia una signora bustarella), poi ho disegnato la mappa del tesoro: lo Stivale, citando paste e sughi famosi. Ho raccontato loro che in Europa nessuno apprezza i rumorosi risucchi a tavola, arte in cui giapponesi, cinesi e coreani sono specializzati, ma che se vi fate du’ bucatini a Roma sarà impossibile non risucchiare. All’americano di Seattle (uno che in passato ha fatto il militare in Kosovo assieme a carabinieri sardi che imboscavano il vino sotto la divisa), ho raccontato che cosa fossero gli gnocchi di patate (non ne aveva mai sentito parlare prima… il ragazzo, da bravo rambo, a casa mangia solo junk food). 


Ho detto alla ciurma di scordarsi i pomodori freschi, perché in Giappone, così come in qualunque altro luogo dell’universo lontano dal Mediterraneo, hanno il sapore dell’acqua di rubinetto, e di dirottare invece sempre e solo sui pelati in latta importati. Serissimi, i partecipanti hanno annotato tutto (soprattutto le donne, alcuni uomini erano venuti solo per masticare) su taccuini fittissimi, o addirittura su iPad. Mi sono sentito Anthony Bourdain, ma senza aglio e senza sigarette. Poi li ho messi tutti ad affettare ogni cosa affettabile, dagli ‘odori’ per il ragù alla pancetta, dall’insalata alle olive. 


Questo il menù (un mix di classici e di parti personali): tagliatelle al ragù, spaghetti alla carbonara, all’amatriciana e al tonno e pomodoro, penne alla norma, fusilli al peperone e gorgonzola; riso integrale ai funghi e gorgonzola; pollo al limone; insalata con tonno, olive e pomodori secchi; pomodori svuotati e riempiti con tonno e maionese. Niente pizza, perché in Giappone il forno ce l’hanno solo le pizzerie, i fornai e i ricchi. Niente dolci, perché appartengono a un altro universo, e poi ieri non ci sarebbero stati i tempi tecnici per occuparsene. I ragazzi hanno tagliato di brutto, e devo ammetterlo: questo è un vero popolo di samurai, come tagliano loro non taglia nessuno. Poi fuoco alle padelle, previa aspersione di olio d’oliva laddove ce n’era bisogno (dappertutto), seguito da Oooooh di stupore per la quantità (in Giappone lo usano con il contagocce, perché caro e perché non amano i cibi unti). 


Fatti i sughi, cotte le paste, ho servito tutto sul tavolone centrale. Qualcuno, non avendo capito (FORSE) che i sughi servivano per la pasta, aveva già iniziato a mangiarseli aperitivo-style; hanno spazzolato quasi tutta la pancetta della carbonara, li mortacci. Per fare tutto ciò sono andato su-e-giù dagli otto fuochi mille volte mille, tant’è che tornato a casa le gambe mi facevano male come dopo una maratona. Il tempo di appoggiare le cofane di cibo sul tavolo e i piattoni erano già svuotati. Mi sono sentito circondato da cinghiali e da proci. Io in pratica non ho mangiato (quando? come? che cosa?), se non due tagliatelle, in onore alla vecchia, cara Bulàgna. Grazie a dio la truppa era cooperativa e si è dimostrata fondamentale non solo nell’uso della katana sul sedano e sulle carote, ma anche nel seguire le pentole sul fuoco e nel lavare la montagna di stoviglie a fine avventura. L’aula andava riconsegnata esattamente come l’avevamo trovata e i ragazzi sono stati bravissimi nell’opera di ricostruzione. Qualcuno, con amici nel governo, si è portato a casa le immondizie (in Giappone non sai MAI dove metterle, non esistendo i bidoni), perché Wakasa Kouminkan ti affitta le aule ma non vuole i tuoi cadaveri, a fine lezione. 


Se i piatti deserti non fossero già una risposta, ho chiesto loro se avessero gradito, e il coretto dell’Antoniano ha dichiarato, all’unisono: oishiiiiiiii!!! (buono!; qualcuno ha pure detto ‘buono’, in italiano, facendo l’odioso gesto dell’indice roteante infilato in una guancia, eredità di una stupida pubblicità televisiva su qualche cibo italiota che a me ricorda tanto ma troppo tanto quel cretèn di Jerry Calà). Dopo mille saluti, sono andato a casa, distrutto, confuso e felice. Adesso poi dopo, la prima volta che passo da Kaldi, parlerò con il Direttore e gli chiederò il mio sudato percento.


supporto morale, linguistico e fotografie di Sato9
ARIGATISSIMO!