martedì 18 giugno 2013

ALLORA, IERI È ANDATA COSÌ




Dopo aver speso circa 120 euro in pappe pregiate (pasta De Cecco e di Gragnano, olio d’oliva fatto con le olive, concentrato di pomodoro Mutti sempre-sia-laudato, olive e pomodori secchi e uvetta turchi, passata di pomodoro e pelati veraci, aceto balsamico e Lambrusco di Mùdna, parmigiano Zanetti e Gorgonzola non-ricordo-l’autore, questo e MOLTO altro) da Kaldi, il mio pusher di fiducia (una catena di negozi specializzata in caffè, ma che ha un bel magazzino di cibi seri importati; e poi all’ingresso una graziosa fanciulla mi offre sempre il caffè), ieri all’ora del tè sono sbarcato carico come babbo natale al Wakasa Kouminkan di Naha (Okinawa), un edificio che affitta aule attrezzante un tanto all’ora. Per i workshop di pappe hanno uno stanzone che sembra la cucina di un ospedale, ma che funziona benissimo. Otto fuochi, un po’ di lavandini, tavoloni a rotelle, decine di sediolini, una credenza stipata di ogni tipo di stoviglia (a parte la terracotta, ahiahiahi), una lavagna, uno specchio da sala operatoria sul soffitto. 


RIFLETTENDO SULLA MISSION, CON GREMBIULINO IMPRESTATO 
(APPENA LO TROVO NE COMPRO UNO UGUALE)

La truppa (35 persone) era così assortita: stragrande maggioranza giapponese (un mix di gente di Okinawa e di importati dalla mainland, bacino di provenienza: la scuoletta in cui, con estrema fatica, sto cercando di imparare il giapponese), quattro peruviani, una boliviana, due argentini, uno spagnolo, una mia moglie, due giovani nepalesi, una cinese+figlioletta, un’indonesiana e un americano. Ho dato loro qualche informazione di base sugli ingredienti e dove reperirli a Naha (qualcuno deve avere senz’altro pensato che Kaldi mi dia una signora bustarella), poi ho disegnato la mappa del tesoro: lo Stivale, citando paste e sughi famosi. Ho raccontato loro che in Europa nessuno apprezza i rumorosi risucchi a tavola, arte in cui giapponesi, cinesi e coreani sono specializzati, ma che se vi fate du’ bucatini a Roma sarà impossibile non risucchiare. All’americano di Seattle (uno che in passato ha fatto il militare in Kosovo assieme a carabinieri sardi che imboscavano il vino sotto la divisa), ho raccontato che cosa fossero gli gnocchi di patate (non ne aveva mai sentito parlare prima… il ragazzo, da bravo rambo, a casa mangia solo junk food). 


Ho detto alla ciurma di scordarsi i pomodori freschi, perché in Giappone, così come in qualunque altro luogo dell’universo lontano dal Mediterraneo, hanno il sapore dell’acqua di rubinetto, e di dirottare invece sempre e solo sui pelati in latta importati. Serissimi, i partecipanti hanno annotato tutto (soprattutto le donne, alcuni uomini erano venuti solo per masticare) su taccuini fittissimi, o addirittura su iPad. Mi sono sentito Anthony Bourdain, ma senza aglio e senza sigarette. Poi li ho messi tutti ad affettare ogni cosa affettabile, dagli ‘odori’ per il ragù alla pancetta, dall’insalata alle olive. 


Questo il menù (un mix di classici e di parti personali): tagliatelle al ragù, spaghetti alla carbonara, all’amatriciana e al tonno e pomodoro, penne alla norma, fusilli al peperone e gorgonzola; riso integrale ai funghi e gorgonzola; pollo al limone; insalata con tonno, olive e pomodori secchi; pomodori svuotati e riempiti con tonno e maionese. Niente pizza, perché in Giappone il forno ce l’hanno solo le pizzerie, i fornai e i ricchi. Niente dolci, perché appartengono a un altro universo, e poi ieri non ci sarebbero stati i tempi tecnici per occuparsene. I ragazzi hanno tagliato di brutto, e devo ammetterlo: questo è un vero popolo di samurai, come tagliano loro non taglia nessuno. Poi fuoco alle padelle, previa aspersione di olio d’oliva laddove ce n’era bisogno (dappertutto), seguito da Oooooh di stupore per la quantità (in Giappone lo usano con il contagocce, perché caro e perché non amano i cibi unti). 


Fatti i sughi, cotte le paste, ho servito tutto sul tavolone centrale. Qualcuno, non avendo capito (FORSE) che i sughi servivano per la pasta, aveva già iniziato a mangiarseli aperitivo-style; hanno spazzolato quasi tutta la pancetta della carbonara, li mortacci. Per fare tutto ciò sono andato su-e-giù dagli otto fuochi mille volte mille, tant’è che tornato a casa le gambe mi facevano male come dopo una maratona. Il tempo di appoggiare le cofane di cibo sul tavolo e i piattoni erano già svuotati. Mi sono sentito circondato da cinghiali e da proci. Io in pratica non ho mangiato (quando? come? che cosa?), se non due tagliatelle, in onore alla vecchia, cara Bulàgna. Grazie a dio la truppa era cooperativa e si è dimostrata fondamentale non solo nell’uso della katana sul sedano e sulle carote, ma anche nel seguire le pentole sul fuoco e nel lavare la montagna di stoviglie a fine avventura. L’aula andava riconsegnata esattamente come l’avevamo trovata e i ragazzi sono stati bravissimi nell’opera di ricostruzione. Qualcuno, con amici nel governo, si è portato a casa le immondizie (in Giappone non sai MAI dove metterle, non esistendo i bidoni), perché Wakasa Kouminkan ti affitta le aule ma non vuole i tuoi cadaveri, a fine lezione. 


Se i piatti deserti non fossero già una risposta, ho chiesto loro se avessero gradito, e il coretto dell’Antoniano ha dichiarato, all’unisono: oishiiiiiiii!!! (buono!; qualcuno ha pure detto ‘buono’, in italiano, facendo l’odioso gesto dell’indice roteante infilato in una guancia, eredità di una stupida pubblicità televisiva su qualche cibo italiota che a me ricorda tanto ma troppo tanto quel cretèn di Jerry Calà). Dopo mille saluti, sono andato a casa, distrutto, confuso e felice. Adesso poi dopo, la prima volta che passo da Kaldi, parlerò con il Direttore e gli chiederò il mio sudato percento.


supporto morale, linguistico e fotografie di Sato9
ARIGATISSIMO!


sabato 15 giugno 2013

ANCORA UN PO’ DI CINA – A LITTLE MORE OF CHINA



Questa mattina, di fianco al giardino cinese di Fukushuen, nel quartiere di Matsuyama, a Naha, si è tenuta l’inaugurazione di un nuovo piccolo tempio confuciano. Un nuovo anello a unire Okinawa alla Cina, nonostante i molti attriti fra Giappone e Cina di questo periodo, ad aggiungersi alle mille altre influenze del grande Paese asiatico sull’arcipelago.


This morning, on a side of Fukushuen Chinese garden, in Matsuyama neighborhood, Naha, has been held the inauguration of  a new small Confucian temple. A new tie to link Okinawa to China, despite the many disagreements between Japan and China of this period, to be added to the thousands of other influences of the big Asian country on the archipelago.






















  
La commemorazione ha avuto inizio nel tempio ‘gemello’ di Shiseibyo, di fianco a quello di Naminoue. Da qui è partita una processione attraverso la zona di Wakasa per portare le ‘tavole degli spiriti’, con iscrizioni cinesi, al nuovo tempio. I religiosi sono stati accompagnati da due gruppi di associazioni folcloristiche rionali di Naha, famose per tenere in equilibrio lunghi e pesanti pali di legno, che vivono il loro momento di gloria tra settembre (http://unitalianoaokinawa.blogspot.jp/2013/02/eisa-matsuri.html) e ottobre (durante la festa del Tug of War).



The commemoration started at the ‘twin’ temple of Shiseibyo, by the Naminoue’s one. From there started a procession through Wakasa’s area to bring the ‘spirits tables’, with Chinese inscriptions, to the new temple. The monks have been accompanied by two groups of Naha’s neighborhood folkloric associations, famous to keep in balance long and heavy wood poles, that have their moments of glory between September (http://unitalianoaokinawa.blogspot.jp/2013/02/eisa-matsuri.html) and October (during the Tug of War Festival).




Giunto all’ingresso del nuovo tempio, l’intero gruppo, scortato da bambini che hanno suonato tamburelli e conchiglie, è entrato nel cortile interno. I religiosi hanno depositato le tavolette all’interno del tempio, consacrandolo. Poi, all’esterno, si è tenuta un’esibizione di karate, seguita da una dei due gruppi folcloristici. Il caldo era terribile, ma siamo tutti sopravvissuti.



Arrived at the entrance of the new temple, the whole group, escorted by children singing little drums and shells, entered the inner courtyard. The monks have placed the tables inside the temple, consecrating it. Then, outside, there has been a karate performance, followed by one of the two folkloristic groups. The heat was terrible, but we all survived.



Il nuovo tempio, fiammante, consolida i legami con la Cina. I piloni portanti e le tavole nella zona centrale della nuova struttura provengono da Qufu, in Cina, il luogo natio del filosofo Confucio. Tra le offerte sull’altare, oltre alla classica pelle della faccia di un maiale Agu (una delle prelibatezze di Okinawa), uno scatolone di birra Orion, la seconda bandiera di Okinawa, dopo quella ufficiale.




  
The brand new temple consolidates the ties to China. The main pillars and the central tables of the new building come from Qufu, China, the birthplace of philosopher Confucius. Between the offerings on the altar, besides the usual face skin of Agu pork (an Okinawa delicacy), a box of Orion beer, Okinawa’s second flag, after the official one.




domenica 9 giugno 2013

VIVA MABUYA!


Fra i grattacieli di Manhattan sfreccia l’Uomo Ragno, ma dall’altra parte del mondo il Giappone non resta a guardare. Ogni città nipponica che si rispetti ha il suo supereroe, amato quanto una squadra locale di calcio da noi (o di baseball in Giappone). L’idolo di Okinawa è Mabuya, nome completo all’anagrafe Ryujin Mabuya.





Between New York City’s skyscrapers Spiderman flies, but - on the other side of the World - Japan doesn’t sleep. Every respectable Japanese city has its own super hero, loved as a local soccer team in Italy (or of baseball, if in Japan). Okinawa’s local idol is Mabuya, full name: Ryujin Mabuya.




Sbarcato per la prima volta su un’emittente televisiva di Okinawa nel 2008, presto è stato adottato dai bambini locali come difensore del Bene. In seguito è diventato così popolare da essere ‘esportato’ nel resto del Giappone, dove ormai è noto. Eroe del genere televisivo tokusatsu (特撮, effetti speciali, nato con Godzilla nel 1954), Mabuya ha un forte accento di Okinawa, tanto che quando appare sugli schermi di Tokyo sono necessari i sottotitoli.


Launched for the first time on an Okinawan TV station in 2008, soon Mabuya has been adopted by local children as defender of the Good. Later on he became so popular to be ‘exported’ in mainland Japan, where now is famous. Hero of the TV genre tokusatsu (特撮, special effects, started with Godzilla in 1954), Mabuya has a strong Okinawan accent, so strong that when appearing on Tokyo screens subtitles are necessary.


Il nemico più acerrimo di Mabuya è il Diavolo Habu (come i grandi serpenti velenosi endemici di Okinawa). Andato in onda per un paio d’anni, il ciclo di Mabuya si è concluso nel 2010 con un finale che sa molto di Okinawa: anziché uccidere il nemico (come sarebbe senz’altro successo a Tokyo), alla fine il supereroe si riconcilia con i cattivi, coadiuvato come sempre nelle leggende di Okinawa dai salvifici Shisa (http://unitalianoaokinawa.blogspot.jp/2013/02/uno-shisa-per-tutte-le-stagioni.html).


The worst enemy of Mabuya is Devil Habu (as the big, poisonous snakes endemic of Okinawa). Broadcasted for a couple of years, Mabuys’s series ended in 2010 with a final that has a strong Okinawan flavor: instead of killing the enemy (as it’d have certainly happened in Tokyo), at the end the super hero reconciles with the ‘bad guys’, helped as usual in the Okinawan tales by the helpful Shisa (http://unitalianoaokinawa.blogspot.jp/2013/02/uno-shisa-per-tutte-le-stagioni.html).


Dalla TV al gadget il passaggio è stato fulmineo. Camminando lungo Kokusai-dōri, la via del turismo a Naha, e nella galleria coperta Heiwa-dōri, gli oggetti ispirati al supereroe locale abbondano, a partire dai manichini a grandezza naturale, solitamente posti all’ingresso di negozi di souvenir. Ma anche maschere, biscotti, accessori di varia natura. Tutto fa brodo, per un bambino locale, se ispirato a Mabuya. E i genitori, che aprono il portafogli, lo sanno.


From TV to the gadget the jump has been very quick. Walking along Kokusai-dōri, Naha’s tourism avenue, and in the shopping arcade Heiwa-dōri, there are plenty of objects inspired to the local super hero, starting from the mannequins full size, usually standing at the entrance of souvenirs shops. Besides, masks, cookies, accessories of different kind. Everything is welcome, for a local child, if inspired by Mabuya. And the parents, who open the wallet, know it well.