mercoledì 24 luglio 2013

DUE O TRE COSE DI OKINAWA (CHE MI STANNO SUL CAZZO)



Non vorrei che i seguaci di ‘Un italiano a Okinawa’, leggendo le mie cronache dal fonte, pensassero che Okinawa sia il Paradiso in Terra (se così fosse rischierei di trovarmeli tutti qui, un giorno; e se uno scappa dall’Italia avrà pure i suoi sacrosanti motivi, no?). Vorrei dunque fare un breve elenco delle cose che non mi piacciono, qui. Quasi tutte, in qualche modo, legate all’eredità culturale dalla troppo vicina Cina (Taiwan, per essere precisi; la moderna Taiwan, però, è mediamente MOLTO più educata della madrepatria). Inciso: la prima volta che sono arrivato in Giappone, oltre due anni fa, l’ho fatto in aereo, sbarcando a Fukuoka. Provenivo da Shanghai. Avevo passato sette settimane vissute pericolosamente in Cina, trascorse a scansare gente che mi fumava in faccia, che mi prendeva a schiaffi a suon di alitate all’aglio in metropolitana, che mi tagliava sempre la fila (in ascensore, alla cassa dei negozi, entrando nel vagone della metro, alla reception dell’albergo, al check-in in aeroporto, dovunque), che cercava di piallarmi sull’asfalto mentre attraversavo una strada sulle strisce pedonali o mentre camminavo su un marciapiedi, che mi voleva dare da mangiare spezzatino di cane con contorno di gatto, che mi scaracchiava sulle scarpe, che mi urlava nelle orecchie anziché parlarmi, che deflagrava l’etere a me circostante parlando de li cazzi sua al telefono, che sbatteva le porte delle camere di fianco alla mia come se dovesse chiudere i portoni della Città Proibita all’arrivo dei maoisti. Maoisti che, nel costruire la Cina comunista, devo aver senz’altro considerato l’educazione di base tra gli umani una cosa per checche occidentali. Inutile, anzi, antiproduttiva (fa perdere tempo) nell’ottica della Crescita del Paese.




Arrivato a Fukuoka, viaggiavo a un metro d’altezza dal suolo. Nessuno mi urlava/ruttava/scoreggiava in faccia, le auto si fermavano ai semafori e davanti alle strisce pedonali. La metropolitana odorava di ossigeno, non di ortofrutta. I pedoni facevano la fila sul marciapiedi prima di attraversare la strada, nessuno mi spingeva sotto l’autobus. Il silenzio dominava. Ero in Paradiso. Ricordo che a un compagnuccio di ostello rilasciai una dichiarazione per me inedita: “Sono da quindici giorni in questo Paese e non sono ancora incappato in una rottura di cazzo. Forse sto sognando?”. Non mi era mai capitato prima, ero sorpreso di me stesso. Dovunque fossi andato, a partire dall’Italia, oggi in fondo una Cina in scala ridotta, c’era sempre stato qualche fattore di disturbo, concentratosi all’altezza dell’inguine, entro le prime 24 ore dal mio arrivo. Sono scosso, lo so, ma un quarto di secolo passato a viaggiare tra le scimmie oggi mi ha spinto verso una specie di nazismo condominiale, per cui non sopporto più la libertà degli altri, quando questa si trasforma in attentato terroristico alla mia quiete (by the way: io cerco SEMPRE di non stracciare l’anima agli altri). Che mi stia reincarnando in un leghista? Speriamo di no.


Dal generale al particolare, torniamo a Okinawa. L’arcipelago, dal resto dei giapponesi, è un po’ considerato la ‘Sicilia’ locale. Abitato da gente un po’ troppo rilassata, che arriva in ritardo, più rumorosetta e maraglia degli abitanti della ‘mainland’. In effetti ciò è vero, ma va rapportato alla media, rigidissima, del resto del Giappone. Per un abitante di Tokyo cinque minuti di ritardo sono un crimine sociale, per un bolognese non sono ritardo, per un abitante di Okinawa sono un secondo di ritardo. La rigidità della mainland, dunque, per fortuna rimane sulla mainland, anche se qui a Okinawa molti ‘nordisti’ importati fanno fatica, alla lunga, ad accettare la rilassatezza degli indigeni. Rilassatezza che amo, essendomi fatto le ossa in Brasile e non a Stokkarda. Rilassatezza che, però, quando sbraca, rompe l’anima. Tipo quella della famiglia che vive sotto di me. Sembrano giostrai di Enna. Figli: innumerevoli. Collezione di immondizie all’ingresso di casa. Un cane tenuto sempre alla catena e ricoperto da dermatiti. Ma, si sa, è il concetto stesso di ‘vicino’ (di casa) che andrebbe abolito dall’universo, al di là del numero di sacchi di immondizie che usa per decorare il proprio (e il mio) habitat.


Ok, ora non vorrei passare per l’ennesimo cristiano che si lamenta del vicinato buzzurro, dunque cerchiamo di essere più filosofi astratti, parlando di categorie (anonime, prive di facciazze e di indirizzi) umane scassacazzi qui a Okinawa. Il nemico numero uno, senz’altro, è il cinghio-facocero scatarratore. Da bravi eredi dei cinesi, nonostante le molte proclamazioni di superiorità, troppi uomini di Okinawa hanno le vie respiratorie intasate dal catarro. Sarà la vecchiaia, sarà l’aria di mare, oppure sarà l’indomita caratteristica dei giapponesi in generale che non usano i fazzoletti per soffiarsi naso e polmoni (è ritenuta una pratica incivile; tirare il muco su per il naso ogni tre secondi, con tutto il baccano che ne consegue, a volte corroborato da raschi e rimescolii di gola, invece, è nella norma), ma qui le scaracchiate sono deflagranti. 



Un mio vicino di casa (scusatemi, l’ho rifatto, dall’universale al particolare, non ho saputo resistere), credo pazzo - esce di casa solo di notte per fare la spesa -, si è beccato, indovinate da chi, il soprannome di Agu-san (agu è il saporitissimo maiale di Okinawa) grazie alla sua pratica costante delle pulizie in gola. Pulizie fatte purtroppo non solo a pasqua, ma quarto d’ora, con sonori echi dal suo bagno. Ogni mattina appena sveglio e prima di ogni pasto i sapori della mia colazione/pranzo/cena sono accompagnati dal suo sottofondo musicale che stimola un pieno apprezzamento del cibo. Da un po’ di tempo ho preso a imitarlo e fargli eco, ma temo che sia inutile. Il ritmo dei suoi scaracchi non è cambiato di una virgola.


Altra cinesata di importazione di cui avrei fatto volentieri a meno è quella del fumo di sigaretta sempre dovunque comunque. Lungo Kokusai-dōri (la strada dello shopping e dei turisti, qui a Naha) e in alcune vie limitrofe ogni tanto circolano, vigili e nazi, alcuni ‘controllori’ dei polmoni della collettività (specie di ronde padane/pensionati sbirri con un giubbottino giallo, pronti a cazziarti se osi fumare una sigaretta su quei marciapiedi). In molti ristoranti, soprattutto quelli economici e strapopolari, i clienti possono fumare tranquillamente, pratica che cozza di brutto contro il mio katsudon quotidiano. Questo andazzo, per fortuna, sta lentamente cambiando, e in molti ristoranti, soprattutto se fighetti e costosetti (quelli che non frequento mai, per carenza di mezzi), i barbari vengono spinti in strada a impestare la porta d’ingresso.


Ho smesso di bere superalcolici dalle feste dei sedici anni, non mi spingo mai più in là di un bicchiere di vino o di una birra, perché poi mi viene sonno. Dunque trovo incomprensibile il bere fino a dimenticarsi il nome della propria madre, prerogativa di molti uomini di Okinawa (e di tutto il Giappone). Ogni tanto all’uscita dei sakè-bar escono zombie barcollanti che non riescono a tornare a casa e finiscono a dormire sul primo mattone in cui inciampano. Occasionalmente qualcuno finisce sotto le ruote di un’auto (le uniche vittime a Naha), avendo scambiato l’asfalto per un materasso. Piaga non necessariamente di origine cinese.


Pure non solo cinese – anche molto giapponese e coreana -, è la pratica del rumoroso risucchio dei noodles – qui soba, udon, ramen – mentre si mangia. Potrò vivere in questo angolo del mondo per cent’anni, non riuscirò mai a farla mia. Anche di fronte a un piatto di soba rovente. È più forte di me, l’educazione che ho ricevuto dalle orsoline mi impone il silenzio mentre mastico, altrimenti ‘masticare’ sarebbe parlare/risucchiare/biascicare, e per me la lingua italiana e i suoi distinguo sono importanti. Quando vado in una succhiatoria di soba provo a far finta di niente, se la TV è accesa mi concentro su quello che trasmette il convento, facendo finta di non sentire le bocche da serva, anche se di veneri, che mi circondano.


E, per concludere questo manifesto anticinese (mi piace continuare la tradizione: quando sono passato dall’aeroporto di Pechino, un paio di mesi fa, ho scoperto che non solo Fèssbokk era inaccessibile, ma pure il mio blog Pietro Times, il quale contiene un paio di chicche sulle macellerie di cani - http://pietrotimes.blogspot.jp/2011/11/cina-cani-merenda.html - e sulla buona educazione cinese - http://pietrotimes.blogspot.jp/2011/10/cina-il-paese-gentile.html): in estate, se possibile, schivo Kokusai-dōri, per due motivi. Il primo è quello che segue la scuola del mio amico bolognese Andrea: “Non vado più in piazza Maggiore, c’è troppa figa. Poi ci sto male, meglio stare in periferia e non vedere”. Il secondo è che, in questo caldo periodo, la zona del turismo è invasa da urlatori cini. Non riesco ad arrivare a fine ramen, quando di fianco mi si è piazzata una famiglia cinese in vacanza. Mi si chiude lo stomaco e i noodles mi si bloccano dalle parti del pomo d’Adamo. Per tornare da quelle parti aspetto la fine di settembre, quando lo sciame è tornato a casina sua a masticare teste d’aglio.


P.S.: Quasi dimenticavo! Per essere obiettivi, e non apparire incarognito solo con i cinesi. Cha minchia ci fanno, qui, tutti ‘sti militari americani??



sabato 20 luglio 2013

UN SABATO DIVERSO A YOGI PARK – A DIFFERENT SATURDAY AT YOGI PARK



A due passi da casa, nel quartiere di Yorimiya, a Naha, c’è un piacevole giardino pubblico chiamato Yogi Park. Vi vegetano, oltre a un buon numero di alberi e piante tropicali spettacolari, legioni di vecchietti e di gatti. I primi passano giornate di venticinque ore a giocare a Go, gioco da tavolo con pedine bianche e nere popolarissimo in Corea. Per saperci giocare bene bisogna avere almeno una laurea in matematica e una in ingegneria, dunque i vecchietti che vi dedicano l’esistenza, fra una sigaretta e una lattina di birra Orion, non sono esattamente dei sottosvilupati mentali. Non li vedo ai tavoli da gioco, sotto gli alberi, solo di notte, quando dormo il sonno dei giusti, oppure quando c’è il tifone, in agosto. Spesso sono coadiuvati da qualche amico barbone e/o alcolizzato. Yogi Park, infatti, è un perfetto ostello, gratuito e a cielo aperto, per chi non ha yen da buttare in affitti e ama le ciucche di sakè.
  

Very near to my home, in Yorimiya’s neighborhood, in Naha, there’s a pleasant public garden named Yogi Park. It’s a natural environment, not only for a good number of wonderful tropical trees and plants, but also for a legion of aged guys and cats. The first ones spend 25 hours per day playing Go, a table game with white and black pieces very popular in Korea. To play well you need at least a degree in Mathematics and one in Engineering, so the oldies that dedicate their lives to the game, between a cigarette and a Orion beer, must not be brainless… I don’t see them at the game tables, under the trees, only at night, when I enjoy my deserved good sleep, or when the typhoon comes, in August. Often they are accompanied by some alcoholic/homeless friend. Yogi Park, in fact, is a perfect hostel, free and outdoor, for who has no Yens to throw away in rents and loves sake booze.

 

Il giardino, inoltre, è un habitat ideale per i gatti randagi, che sfamo a suon di croccantini ogni volta che mi ricordo di portarmeli appresso. I mici abbondano, ma come compaiono, dopo un po’ scompaiono. Non mi vorrei lasciar andare a ipotesi azzardate (trasformati in pappa per umani?): mi piace pensare che ogni tanto qualche amante dei gatti ne venga a prelevare uno per portarselo a casa. Uno di questi giorni, appena troverò il tempo, investigherò adeguatamente in materia. Completano il quadro di Yogi Park: il mitico supermercato Kanehide, destinatario di tutti i miei risparmi e bombola d’ossigeno in estate (di sera, quando a casa si schiatta dal caldo, vi andiamo a risorgere grazie all’aria condizionata); giovani che a partire da luglio, di sera, quando fa meno caldo, si esercitano con i tamburi taiko per l’Eisa (http://unitalianoaokinawa.blogspot.jp/2013/02/eisa-matsuri.html); il forno ambulante n°11 che vende patate dolci viola imo (http://unitalianoaokinawa.blogspot.jp/2013/03/e-viola-ma-non-e-un-tulipano.html), sempre avvolto da un profumo inebriante; le due librerie pubbliche che uso come ufficio - sto scrivendo da una di queste -, fantastiche e silenziose (mi prendono ancora i crampi allo stomaco se penso a quella che uso quando sono in Italia, a Bazzano, dove le scimmie che la frequentano urlano al telefono e parlano dei cazzi loro come se fossero al bar).

 

The garden, moreover, is a natural habitat for street cats, that I feed with cat food every time I remember to bring it with me. The kitties are many, but as they appear, after sometime disappear. I won’t let myself go to hazardous hypothesis (transformed into food for humans?): I like to think that sometimes a cat lover comes and bring home one of them. One of these days, when I’ll find the time, I’ll investigate deeply on this issue. Complete Yogi Park’s picture: the mythical supermarket Kanehide, receiver of all my savings and oxygen tank in summertime (in the evening, when home is a sauna, we go there to resurrect thank to the air conditioned); youngsters that, starting from July, in the evening, when it’s less warm, train playing taiko drums for Eisa (http://unitalianoaokinawa.blogspot.jp/2013/02/eisa-matsuri.html); the itinerant oven # 11 that sells purple sweet potatoes imo (http://unitalianoaokinawa.blogspot.jp/2013/03/e-viola-ma-non-e-un-tulipano.html), always wrapped by a delicious fragrance; the two public libraries that I use as office – I’m writing from one of them -, fantastic and quiet (I get stomach cramps if I think of the one that I use when I am in Italy, in Bazzano, where the monkeys that frequent it yell at the phone and talk of their damned business as if they were in a bar).

 

Ogni sabato mattina, nel periodo estivo, una specie di Coop di chiese importate (roba gringa, perlopiù) organizza un micro-evento a Yogi Park. Allestito un tendone nel cuore del giardino, in tarda mattinata viene fatta una distribuzione di generi alimentari di base alle persone povere del quartiere (sì: in Giappone ci sono anche i poveri). Il personale che si occupa di distribuire scatole e bottiglie è americano e legato a qualche chiesa. Crocifissi a parte, questi ragazzi si sono rivelati piuttosto utili, non solo per i regalucci del sabato, ma anche perché grazie a donazioni private sono riusciti a mettere in piedi un rifugio notturno (dormitorio) a Yorimiya per i senzatetto. Il sabato, in pratica, è l’unico momento in cui vedo altri gaijin da queste parti. La loro distribuzione di alimenti è veloce e allietata da un concertino a base di sanshin (http://unitalianoaokinawa.blogspot.jp/2013/04/sanshin-okinawa-in-musica.html) e di cantanti stonatissimi. Tutto molto semplice e piacevole. Per questo amo Yogi Park.





Every Saturday morning, during the summer period, a kind of Coop of imported churches (gringo stuff, mostly) organizes a micro-event at Yogi Park. Set up a big tent in the center of the garden, during the late morning starts a free distribution of basic food to the poor people of the neighborhood (yes: in Japan there are also poor people). The staff that gives boxes and bottles is American and linked to some church. Forgetting for a moment the Cross, these guys are anyway important, not only for the little food gifts of the Saturdays, but also because they could open – thank to private donations – a public shelter (dormitory) in Yorimiya for homeless people. Saturday is almost the only moment when I see other gaijin around here. Their free food distribution is quick and cheered up by a small concert of sanshin (http://unitalianoaokinawa.blogspot.jp/2013/04/sanshin-okinawa-in-musica.html) and very off-key singers. All very simple and pleasant. That’s why I love Yogi Park.

 


domenica 14 luglio 2013

PINKDOT, IL ROSA È EMERSO – PINKDOT, THE ROSE COLOR CAME TO THE SURFACE



Oggi pomeriggio lungo Kokusai-dōri, a Naha, si è tenuto un piccolo evento altamente simbolico. L’associazione Pinkdot ha organizzato un colorato incontro della comunità LGBT locale lungo la via pedonalizzata. Musica, palloncini, un piccolo stand di Stonewall Japan con alcuni gaijin, qualche immancabile drag queen e un’infinità di magliette rosa. In Giappone la comunità omosessuale vive con estrema difficoltà, emarginata come in pochi altri Paesi al mondo.
  











This afternoon, along Kokusai-dōri, in Naha, a little but highly symbolic event has been held. The association Pinkdot has organized a colorful gathering of the local LGBT community along the street closed to cars traffic. Music, balloons, a small stand of Stonewall Japan with some gaijin, few inevitable drag queens and many pink t-shirts. In Japan the homosexual community lives with extreme difficulty, marginalized as in few other countries.



L’evento di Okinawa, il primo del genere non solo nell’arcipelago ma in tutto il Giappone, ha attirato una folla di curiosi. Si sono alternati brevi spettacoli musicali di sanshin (http://unitalianoaokinawa.blogspot.jp/2013/04/sanshin-okinawa-in-musica.html) e ukulele. Alle quattro e mezza tutti i partecipanti si sono radunati ai piedi del palco per un hurrah! collettivo, seguito dalle foto di rito. Per molti abitanti di Okinawa parlare di omosessualità è più o meno come parlare di fantascienza. Ma da oggi in poi, forse, sarà un argomento come un altro, grazie a Pinkdot.



The Okinawa’s event, the first of this kind not only in the archipelago but in the whole Japan, has attracted a curious crowd. Sanshin (http://unitalianoaokinawa.blogspot.jp/2013/04/sanshin-okinawa-in-musica.html) music shows have been alternated to ukulele’s ones. At 4.30 p.m. all participants have gathered by the stage for a coral hurrah!, followed by the due photos. For many Okinawans talking of homosexuality is more or less as speaking of science fiction. After today, however, maybe, it will be a topic as any other, thank to Pinkdot.




venerdì 12 luglio 2013

MARIO TESTOSTERONE


 

Alcuni di voi si chiederanno come mai uno che viene dalla città delle 3T sia finito a Okinawa. Ecco,a grandissime linee, la mia piccola odissea.



Quando, oltre due anni fa, ci fu il terribile terremoto/tsunami, ero a Kyoto, in procinto di andare a Tokyo. Appena nella guest-house si seppe di Fukushima ci fu un fuggi-fuggi di massa dei gaijin, francesi in prima linea (hanno il nucleare, sanno di quale rogna si tratti). Ero al mio primo Giappone, il sogno di una vita, dunque ci voleva più di un disastro nucleare per smuovermi dal mio progetto di viaggio. E poi a Kyoto mi sentivo relativamente sicuro, a una distanza sufficiente dall’orrore. All’ostello si stava abbastanza bene, nonostante lo staff avesse la mania di fotterti/mi i cibi dal frigo. C’era un viavai molto internèscional, sembrava un porto di mare. Una sera, mentre cucinavo, sentii qualcuno parlare in portoghese. ‘Mario, piacere. Sono mezzo brasiliano e mezzo messicano’. Diventammo amiconi in mezzo minuto. Lui aveva ventidue anni, meno della metà dei miei. Di bell’aspetto, con un fisico palestrato, faceva surf e karate. ‘Ero a Tokyo, quando è scoppiato il casino, sono scappato correndo. Ci ho pure lasciato una bici nuova di zecca.’ Non ci misi molto a capire che Mario era pazzo per le giapponesi. Abbordava ogni ‘nuova’ fanciulla che compariva nell’ostello tre secondi dopo che l’aveva fiutata. Lo faceva con tattica tutta brasileiro-mexicana, non eccellente, in termini di risultati, in Giappone. Una sera beccò una fanciulla di Chiba decisamente estroversa (fu lei ad abbordarlo), ma, scoperta n°2, Mario non era molto bravo a chiacchiere. Ragazzo d’azione (voleva trombare un minuto dopo aver conosciuto la new entry), più che di ‘inutili’ parole. Dopo tre minuti non sapeva più che cosa dire alla tale, la quale dirottò su un biondiccio inglese seduto alle nostre spalle. Se lo trombò pure, come dimostrarono le occhiaie dei due il mattino seguente. Come Mario lo capì, andò dal suddito della Regina e gli regalò uno scappellotto sulla nuca. Il suddito fuggì dall’ostello. Mario, come dicevo, era uomo d’azione, non di poesia fritta.



Un altro compagnuccio di scorribande conosciuto in quell’ostello era tal Yon, l’esatto opposto di Mario. Uomo giapponese sulla sessantina, un fricchettone stagionato senza fissa dimora dopo che la moglie lo aveva sfanculato. Meditativo, metodico, risparmioso, non aveva carte di credito né e-mail, ma ogni anno amava andare a svernare in una guest-house di Bangkok dove fumarsi immensi cannoni indisturbato. Lontano da mogli e da troppe regole giapponesi. Ogni tanto uscivamo, noi tre, e dopo due minuti Yon se ne pentiva: l’esuberanza circense di Mario era eccessiva. Da buon atleta, il giovane latinoamericano si nutriva di banane. Ne aveva sempre qualcuna con sé, anche in strada. Nei momenti di passione improvvisa – aveva avvistato qualche fanciulla spettacolare – puntava la banana verso la medesima, impugnandola ad altezza inguinale. A Kyoto, uno delle città più tradizionaliste del Giappone. Qualche ragazza rideva (e non andava oltre), altre fuggivano schifate dal gaijin hentai. Un giorno eravamo assieme in un tempio, io fotografavo, lui avvistò una giovane di bell’aspetto. Con una mappa sotto l’ascella, le si diresse incontro, fingendo di essere un turista in cerca di qualcosa (realtà sacrosanta). Come la madre-scorta della fanciulla lo vide arrivare, lo scacciò a male parole. Fu quella la prima volta, dopo oltre un mese di Giappone, in cui capii che anche i giapponesi, se messi alle strette, sanno incazzarsi. A Kyoto ci rimasi tre settimane, un paio delle quali in compagnia di Mario Testosterone. Anche a me la cosina è sempre piaciuta, per carité, ma la tenacia monomaniacale di Mario, ai limiti dell’ossessione, batteva dieci a uno i periodi più pornografici della mia esistenza. Mario, un vero segugio dell’altro sesso. Con scarsissimi successi, in terra giapponese.


Stanco dei risultati di Tokyo e di Kyoto (zero rotondo), Mario decise di andare a Okinawa. Lì si sarebbe concentrato sulla sua altra grande passione, il karate. ‘Okinawa?, gli chiesi sorpreso. Nonostante a scuola avessi sempre preso diecipiù in geografia, manco sapevo che fosse in Giappone. L’unica cosa che sapevo è che gli americani vi avevano combattuto la famosa battaglia. E, sebbene da adolescente avessi praticato il karate, santa ignoranza, non sapevo che questa disciplina era nata proprio da Okinawa. Mentre Mario acquistava il biglietto per Naha, io corsi a vedere on-line un po’ di immagini di ‘sta Okinawa. Spiagge con acqua cristallina, sembravano le Maldive. L’ostello prenotato dal mio amico a Naha costava la metà di quello di Kyoto. Nell’arcipelago la temperatura, già agli inizi di aprile, era molto più elevata di quella gelida del Kansai. Quattro giorni dopo atterravo a Naha. Prendendo dall’aeroporto il monorail diretto alla guest-house fui colpito da due cose: tre buffe vecchiette passeggere, gioiose (una rarità sui treni del resto del Giappone), che parlavano una lingua strana (ancor più strana dello stranissimo giapponese); la mancanza di spiagge Maldive-style. Mi sembrava di essere a São Paulo in una giornata di pioggia, tra condomini e cemento assortito. Che (cazzo) ci faccio qui?®


Insediatomi all’ostello, incontrai il mio amicone. Aveva già scovato qualche dojo e stava già insidiando una fanciulla, una commessa di un negozio di ninnoli lungo Kokusai-dōri, la via per turisti gonzi. Gran pezzo di commessa, come i miei occhietti poterono certificare il giorno seguente, quando Mario mi portò a vedere la ‘conquista’. In realtà, però, la tale non era stata conquistata nemmeno un po’. Aveva un fidanzo ufficiale a Tokyo ed era a Naha per lavoro. Si era lasciata andare a un po’ di amicizia con il mio amico muflone, ma non gli aveva concesso alcunché di tangibile (‘Ci sto lavorando’). Mario la inseguì come uno stalker per giorni, finché una sera la trovò al tavolo di un caffè mentre chiacchierava con un turco (anche i saladini, si sa, hanno occhi per vedere), e preso da un attacco di gelosia la sfanculò. Questo fu solo il primo episodio di una collezione molto lunga. Non vorrei dilungarmi, magari un giorno trasformerò questo raccontino in un libro, tanta e tale è la materia succosa. Per ora mi limiterò all’epilogo. In tre mesi di permanenza in Giappone, nonostante il bell’aspetto, Mario non riuscì a raccattare una sola fidanza. La tecnica scimmiesca dell’assalto, di grande successo nella giungla messicana (al suo paese Mario arrivava con il fuoristrada del padre, apriva la portiera, faceva un fischio da capostazione e qualcuna giovane con le idee chiare saliva al volo in macchina) qui non funziona. L’unica tacca che il mio amico riuscì a incidere nell’albo dei (mezzi) successi fu quella di una singola sera, quando Mario conobbe l’amica di un’amica. La giovane, caruccia, di Tokyo, sembrava interessata al surfista-karateka. Parte di un gruppetto che aveva già iniziato a bere di brutto, la tale incocciò Mario al rientro dall’allenamento. Sudato, si fece una doccia, che nell’ostello è di fianco alla cucina e alla sala comune per le chiacchiere collettive. Il mio amico, pazzo come un cavallo, fece uno strip-tease davanti a tutti e, roteando la minchia latina con una mano, invitò la giovane a farsi una doccia con lui. Il fatto, oltre a far rotolare tutti i presenti per terra dal ridere, è entrato negli annali dell’ostello (per fortuna in quel momento la proprietaria non era presente, altrimenti da allora Mario avrebbe dormito in strada). L’evoluzione naturale della doccia fu una notte alcolica al karaoke (Mario non beveva una goccia d’alcol), fino all’alba, completata con un pompino estorto quasi a forza (la giovane era sbronza e semi-incosciente) sul tetto della guest-house. Il giorno dopo, però, con il mal di testa, la ‘mia ragazza’ (così l’aveva già battezzata Mario) non ne volle più sapere del ‘nuovo’ fidanzato. Mario se ne tornò in Messico, dopo tre mesi di intenso tacchinaggio, con uno zero pressoché assoluto (i pompini alcolici estorti quasi a forza notoriamente non fanno punteggio). Da allora è tornato a Okinawa una sola volta, ma non ha voluto rischiare: si è portato una fidanza da casa.




venerdì 5 luglio 2013

IL CONCETTO DI DOREII



Non solo durante le mie faticose lezioni di Nihon-go, ma anche nella vita quotidiana, di recente ho imparato la parola giapponese doreiì: ‘schiavo’. Diversi lettori di questo blog, perlopiù italiani in fuga dal benessere (economico, sociale) del Bel Paese approdati in Giappone, a volte a traino di una seconda metà indigena, mi stanno contattando per avere informazioni sulla situazione del lavoro a Okinawa. Non amo scoraggiare il prossimo, ma la dura realtà è che qui, in media, i salari sono poco più della metà di quelli di Tokyo. La qualità della vita, però, è – a mio univoco parere – molto più elevata (a meno che a Tokyo non siate un boss della Yakuza: allora le cosine, almeno finché qualche picciotto di una cosca nemica non vi avrà reciso il pomo d’Adamo a katanate, vi andranno benino). Un cameriere a Okinawa, di solito, è doreizzato alla tariffa di 700 yen (5,4 euro al cambio di un minuto fa) all’ora. Da quando l’euro è entrato a far parte della nostra vita e a seminare terrore, ho sempre ritenuto ignobile lavorare – per qualsiasi tipo di sgobbo e a qualsiasi latitudine dell’universo – per meno di 10 euro l’ora. Meno = sfruttamento, per me (per la cronaca: non sono figlio di papà, non ho capitali nascosti da nessuna parte, pensioni, risparmi, salvadanai).
  

Qualche tempo fa un intrallazzatore vicino di casa mi ha proposto l’Affare della Vita: chef italicus, per un facoltoso uomo d’affari che ha intenzione di aprire un ristorante a settembre. Li ho invitati entrambi al mio workshop di cucina italiana che ho tenuto qualche giorno fa (http://unitalianoaokinawa.blogspot.jp/2013/06/allora-ieri-e-andata-cosi.html), dove si sono abboffati senza ritegno, a mio ingenuo parere un segnale di apprezzamento della sbobba. Qualche giorno dopo ci siamo incontrati di nuovo in un izakaya per approfondire la situèscion. L’uomo ‘d’affari’ è arrivato con un’ora di ritardo, ma non mi sono offeso (anche se in Giappone è un reato prossimo all’omicidio): in quei sessanta minuti ho spazzolato tutto quello che la cameriera ha portato, e si trattava di roba serissima. L’uomo d’affari, tra una sigaretta e l’altra, ha buttato giù la sua idea: un locale dove fare musica e bere, con cucina italiana. Frequentato perlopiù da facoltosi pensionati, nel quartiere di Shintoshi. Vieni a vedere il locale? Ha una grande cucina. Dopo due giorni sono corso a vedere.


La cucina, in effetti, era una piccola figata. Con i fuochi grossi, come piacciono a me. La musicalità del luogo, anziché incentrata su spettacoli dal vivo (come avevo ottusamente capito), verrà dall’ascolto del miliardo di vinili (un’intera parete) che il tipo colleziona. Perlopiù jazz e rock, roba mediamente per orecchie pulite e non da contadini (niente vaschirossi né brùssprinstiin, per intenderci). L’uomo affari, da buon bricoleur, sta rimettendo a posto il locale con le proprie manine, e bisogna ammetterlo: anche se fuma come un tabaccaio, con la cazzuola ci sa fare. Ho ficcanasato tra le stanze, con aria e commenti di approvazione. Dalle chiacchiere con il boss - ‘Magari potremmo fare un menù italiano usando la goya (http://unitalianoaokinawa.blogspot.jp/2013/04/e-verde-ma-non-e-uno-zucchino.html) e il gurukun (pesce di Okinawa)…’; ‘Sai fare il poisson?’ - ho capito che il locale, più che un vero ristorante italiano per gente che sa che cosa si infila in bocca, sarebbe stato un mini-club con menù al profumo d’Italia per amici pensionati alcolisti, in cui il proprietario avrebbe fatto sfoggio di ricchezza, conoscenza internèscional e collezione di dischi. Che ci faccio qui®?


Quando la moglie del capo è arrivata e ci ha portato qualcosa da bere (aria da cane bastonato, a fatica ha risposto al mio konnichiwa; mi sa che a casa ha una vitina da dorei), abbiamo iniziato a tirare le somme. ‘Tra un paio di settimane vorrei fare una festicciola per una dozzina di persone per inaugurare il locale, te la senti di cucinare?’, mi ha chiesto. Al mio sì è seguito un menù ideato per l’occasione, roba con la quale ho fatto leccare i baffi ai marziani di svariati pianeti, a prova di bocche ignoranti e sopraffine. ‘Quanto per il disturbo (la giornata di lavoro)?’, ho chiesto al boss. ‘Mmmm… prima voglio vedere se quello che cucini è buono’, mi ha detto. Ma come - mi sono chiesto -, non c’eravate, tu, la tua boccuccia e il tuo stomaco, al mio workshop? Non eravate voi quelli che masticavano come bidoni aspiratutto? Fratelli gemelli? Sentendo puzza di arrosto bruciato, ho ampliato la mia domanda. ‘Mi scusi, e per lavorare qui da settembre in poi, come chef, quale sarebbe il mio compenso?’ ‘900 yen l’ora’. La paga di un cameriere, in pratica. Ho finito la bibita della moglie, ho ringraziato, salutato e inforcato l’uscita. L’uomo ‘d’affari’ ha avuto il coraggio di dire, mentre infilavo di corsa la porta, ‘Rimaniamo tomodachi (amici), eh?’. Non so perché, ma in quell’istante mi è venuto in mente il maledetto Mario de Filippi. Assieme a un bel vaffanculo, ça va sans dire.